Con un parente di primo grado che ha avuto un tumore del fegato, il rischio di sviluppare la stessa neoplasia aumenta di tre volte. E’ quanto emerge da una ricerca italiana pubblicata nel numero di maggio di Hepatology, una rivista scientifica dell’American Association for the Study of Liver Diseases. La ricerca, mostra, inoltre, un rischio di oltre 70 volte più elevato per coloro che hanno familiari con tumore del fegato e hanno contratto, in forma cronica, l’infezione da virus dell'epatite B o C.

Questa ricerca epidemiologica italiana è frutto di una collaborazione tra il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano (PN), l’Istituto Tumori ‘Fondazione Pascale’ di Napoli e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ di Milano. I risultati sono stati ricavati dall’analisi statistica di dati raccolti, retrospettivamente, tra 229 persone affette da carcinoma epatocellulare e 431 persone ricoverate negli stessi ospedali per malattie non neoplastiche.

“I nostri risultati confermano che gli individui con familiarità di tumore del fegato hanno un rischio di sviluppare carcinoma epatocellulare tre volte superiore rispetto a chi non ha familiarità - osserva Renato Talamini del CRO di Aviano. - Il monitoraggio degli individui con epatite e storia familiare può aiutare nell’identificazione precoce dei carcinomi epatocellulari, e quindi ridurre la mortalità per tumore del fegato”.

“I risultati hanno evidenziato che il 75% delle persone con tumore del fegato e l’11% di quelle senza avevano epatite B e/o C cronica - afferma Federica Turati dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e dell’Università di Milano -. La familiarità di tumore del fegato è risultata associata al rischio di carcinoma epatocellulare anche dopo aver considerato l'infezione da virus B e C dell’epatite'”.

Rispetto a chi non ha familiarità del tumore del fegato e non ha epatite cronica, i ricercatori hanno stimato un rischio di oltre 70 volte più elevato per coloro che hanno entrambe le condizioni.

“Vi è un’alta incidenza di tumore del fegato - spiega Carlo La Vecchia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ e dell’Università di Milano - particolarmente nel Sud Italia, che è il risultato di un’alta prevalenza di epatiti B e C in queste regioni”.

In Italia, il tumore del fegato è molto più frequente che nella maggior parte dei Paesi occidentali, con oltre 5.000 casi previsti nel 2012, e le infezioni croniche da virus dell'epatite B e C sono responsabili di circa l’80% di casi. Nonostante un vaccino contro l’epatite B sia disponibile dal 1982, la prevenzione e la diagnosi precoce tramite screening rappresentano uno strumento insostituibile per ridurre la mortalità causata da questo tumore – come suggeriscono i risultati di questa ricerca italiana.