Tumore del pancreas, non convincono i primi dati su tarextumab

La società americana OncoMed ha annunciato che nello studio di fase II ALPINE condotto sul farmaco sperimentale tarexumab, che agisce sulle cellule staminali tumorali, è stato osservato un peggioramento significativo del tasso di risposta e della sopravvivenza senza progressione della malattia (PFS) così come un trend in sfavore del farmaco per quando riguarda la sopravvivenza generale. La molecola è stata valutata in pazienti con tumore del pancreas di stadio IV non precedentemente trattate per la malattia.

La società americana OncoMed ha annunciato che nello studio di fase II ALPINE condotto sul farmaco sperimentale tarexumab, che agisce sulle cellule staminali tumorali, è stato osservato un peggioramento significativo del tasso di risposta e della sopravvivenza senza progressione della malattia (PFS) così come un trend in sfavore del farmaco per quando riguarda la sopravvivenza generale. La molecola è stata valutata in pazienti con tumore del pancreas di stadio IV non precedentemente trattate per la malattia.

I risultati sono preliminari e in base a queste informazioni, rilasciate da un comitato di monitoraggio indipendente dello studio, la società ha deciso di modificare il disegno del trial da “in cieco” a “in aperto”  per valutare i risultati ottenuti e stabile i passi successivi per la conduzione della sperimentazione.

Lo studio di fase II ALPINE è un trial randomizzato in doppio cieco, multicentrico, disegnato per valutare l’efficacia di tarexumab in combinazione con nab paclitaxel e gemcitabina in pazienti naive con tumore del pancreas di stadio IV. Lo studio ha completato l’arruolamento di 177 pazienti lo scorso agosto. Il trial è stato disegnato per comparare la sopravvivenza generale di pazienti trattati con 15 mg/kg ogni due settimane di tarexumab rispetto al placebo in combinazione con nab paclitaxel e gemcitabina. Gli endpoint secondari dello studio includono la PFS, il tasso di risposta generale, la farmacocinetica, la sicurezza e altri biomarker. La sopravvivenza generale, la PFS e il tasso di risposta generale sono stati calcolati utilizzando un biomarker predittivo per l’espressione elevata di Norch 3. L’over espressione di questo gene si osserva in circa il 70% dei tumori del pancreas ed è associata a una prognosi sfavorevole.

Tarexumab è un anticorpo monoclonale diretto contro alcune proteine del circuito di segnali di Notch (recettori di Notch 2 e 3). Il farmaco sperimentale non uccide le staminali tumorali ma le spinge a differenziarsi in cellule della massa tumorale che possono essere eliminate dalla chemioterapia convenzionale.

Anche se si tratta di una teoria ancora oggetto di dibattiti e non universalmente accettata, alcuni ricercatori sostengono che i tumori contengono un piccolo numero di cellule distintive con proprietà simili alle cellule staminali che danno origine ai tessuti normali. Essi credono che questi “semi” tumorali siano in grado di resistere alla chemioterapia e manifestarsi mesi o anni dopo il trattamento, spiegando così le recidive che spesso si verificano nei pazienti. Da qui le ricerche di farmaci che hanno come bersaglio queste cellule staminali oncologiche.

La teoria delle cellule staminali del cancro risale agli anni Novanta e viene dall’Università di Toronto. Lì John Dick, un biologo che studiava le cellule staminali, aveva individuato delle cellule molto rare nel sangue di alcuni malati di leucemia. Secondo Dick quelle cellule erano delle versioni un po’ balorde delle staminali normali, la riserva che rimpiazza le cellule più vecchiette e moribonde del sangue.

Le cellule staminali rappresenterebbero l’1-3% delle cellule di ogni tumore solido. Il condizionale è d’obbligo perché non tutti sono convinti che siano una categoria separata e identificabile di cellule del cancro. Comunque, se ci sono, sono pochissime, il che rende difficile dar loro la caccia.