Nelle donne colpite da carcinoma della mammella, la chemioterapia è più efficace se somministrata in tempi brevi. Precisamente ogni due settimane invece delle tre standard, per un totale di 4 cicli di terapia. E’ quanto emerso da uno studio di fase III, denominato GIM-2, presentato al San Antonio Breast Cancer Symposium da Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Regina Elena di Roma.

L’obiettivo dello studio, promosso dal Gruppo Italiano Mammella (GIM), è stato quello di confrontare non solo i tempi di somministrazione, ma anche due tipi di combinazione di farmaci: il trattamento basato su tre chemioterapici (fluorouracile, epirubicina, ciclofosfamide) con lo schema standard a due (epirubicina, ciclofosfamide).

Lo studio ha arruolato 2.091 donne sottoposte a chemioterapia dopo l’intervento chirurgico per diminuire il rischio di recidive e di metastasi. Le donne sono state  randomizzate a ricevere il regime a due o tre componenti, somministrati ogni due o tre settimane per un totale di 4 cicli di terapia.

Dallo studio è emerso che i due schemi di trattamento non differiscono in termini di efficacia e che le pazienti evidenziano meno effetti collaterali con il regime a due farmaci.

Per quanto riguarda i tempi di somministrazione, a 5 anni, la DFS era dell’81% con il regime “accelerato”, il cosiddetto regime “dose dense” e del 76% con il regime standard (HR 0,78, P<0,002). Inoltre, la OS a 5 anni nel regime a 14 giorni è stata pari al 94% rispetto all’89% raggiunto dal gruppo che ha ricevuto la cura ogni 21 giorni, per una differenza significativa del 5% (HR 0,69, P<0,0001).

“La sopravvivenza a 5 anni nel regime a 14 giorni è stata pari al 94% rispetto all’89% raggiunto dal gruppo che ha ricevuto la cura ogni 21 giorni – spiega il prof. Cognetti -. Si tratta di una differenza significativa del 5%. È la prima volta che, confrontando questi due schemi di somministrazione in adiuvante, cioè in pazienti già operate, vengono ottenuti risultati così positivi. Il vantaggio emerso nel modello ‘accelerato’, il cosiddetto regime ‘dose dense’ è evidente, perché un maggior numero di donne guarisce, con una minore esposizione al rischio di tossicità”.

“Abbiamo paragonato il regime FEC (Fluorouracile, Epirubicina, Ciclofosfamide) – spiega il prof. Cognetti - con la terapia comunemente usata, cioè la sequenza EC (Epirubicina, Ciclofosfamide). L’aggiunta di un terzo farmaco, fluorouracile, non migliora la sopravvivenza libera da malattia né quella globale. I due schemi pertanto non differiscono in termini di efficacia, però con la ‘doppietta’ le pazienti evidenziano meno effetti collaterali”.

Per il 2013 si stimano circa 48.000 nuovi casi di cancro del seno nel nostro Paese. La neoplasia della mammella è la più frequentemente diagnosticata nelle under 50 (41%), nella fascia d’età intermedia (50-69 anni, 36%) e in quella più anziana (≥70 anni, 21%).

“E’ la prima volta che, confrontando questi due schemi di somministrazione in adiuvante, cioè in pazienti già operate, vengono ottenuti risultati così positivi. Il vantaggio emerso nel modello ‘accelerato’, il cosiddetto regime ‘dose dense’ è evidente, perché un maggior numero di donne guarisce, con una minore esposizione al rischio di tossicità”, conclude l’esperto.

Cognetti F, et al "Epirubicin and cyclophosphamide (EC) followed by paclitaxel (T) versus fluorouracil, epirubicin and cyclophosphamide (FEC) followed by T, all given every 3 weeks or 2 weeks, in node-positive early breast cancer (BC) patients (pts). Final results of the gruppo Italiano mammella (GIM)-2 randomized phase III study" SABCS 2013; Abstract S5-06.