All'ASCO sono stati presentati i risultati di OCEANS, uno studio di fase III per la valutazione di bevacizumab in combinazione con la chemioterapia (carboplatino e gemcitabina) seguito dall’uso continuato di bevacizumab in monoterapia in donne affette da carcinoma ovarico sensibile al platino precedentemente trattato (ricorrente). Le donne trattate con bevacizumab hanno riportato una riduzione pari al 52 per cento del rischio di progressione della malattia (HR = 0,48, p<0,0001) rispetto alle donne sottoposte alla sola chemioterapia. Gli eventi avversi nello studio OCEANS sono stati in linea con quelli osservati in studi pilota precedenti condotti con bevacizumab in altre tipologie di tumore.

Nello studio OCEANS, condotto su pazienti affette da carcinoma ovarico ricorrente sensibile al platino, sottoposte a trattamento con bevacizumab in combinazione con chemioterapia seguito da un mantenimento con solo bevacizumab fino alla progressione della malattia, si sono ottenuti i seguenti risultati:
- una mediana di sopravvivenza libera da progressione di malattia (PFS; tempo vissuto senza progressione) di 12,4 mesi, rispetto a 8,4 mesi per le donne sottoposte alla sola chemioterapia
- riduzione del tumore (tasso di risposta totale) nel 79% delle donne trattate con il regime a base di bevacizumab rispetto al 57% delle donne sottoposte alla sola chemioterapia.

Lo studio OCEANS
OCEANS è uno studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo e di fase III, condotto su 484 donne affette da carcinoma ovarico, peritoneale primario o tubarico, ricorrente e sensibile al platino. Le donne partecipanti allo studio OCEANS non dovevano aver ricevuto, precedentemente all’arruolamento, più di un regime di trattamento chemioterapico. Lo studio è stato disegnato per valutare l’efficacia di bevacizumab (15mg/kg ogni tre settimane) in combinazione con chemioterapia a base di carboplatino e gemcitabina, seguito da bevacizumab in monoterapia fino alla progressione di malattia, rispetto alla sola chemioterapia in combinazione ed in mantenimento con placebo. L’endpoint primario dello studio era la sopravvivenza libera da progressione. Gli endpoint secondari dello studio includevano sopravvivenza globale, risposta obiettiva, durata della risposta e sicurezza.

Il carcinoma ovarico
A livello mondiale, il carcinoma ovarico rappresenta in termini di frequenza la settima forma di cancro diagnosticata e l’ottava causa di mortalità per tumore tra le donne. Si stima che ogni anno il carcinoma ovarico venga diagnosticato a 220.000 donne nel mondo e che circa 140.000 donne muoiano a causa di questa malattia1. L’intervento chirurgico radicale per ottenere la rimozione di quanto più tumore possibile rappresenta un pilastro importante a livello terapeutico, ma sfortunatamente la maggior parte dei casi viene diagnosticata in fase avanzata di malattia o in fase metastatica e richiede pertanto trattamenti ulteriori.  Nel carcinoma dell’ovaio si osservano elevate concentrazioni plasmatiche del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF), una proteina associata alla crescita e alla diffusione del tumore. Gli studi finora condotti, in donne affette da carcinoma ovarico, hanno dimostrato che esiste una correlazione tra concentrazioni elevate di VEGF e sviluppo di ascite (eccesso di liquido nella cavità addominale), il peggioramento della malattia e una prognosi infausta. Bevacizumab è una “target therapy” in quanto si lega in  modo specifico al VEGF .