Tumore dell'ovaio, ora è possibile ritardare le recidive

Oncologia-Ematologia
Si aprono nuove strade nel trattamento del tumore dell'ovaio, che ogni anno in Italia colpisce circa 4500 donne (nella forma più frequente, quella epiteliale) e provoca 3000 decessi. Bevacizumab, farmaco biologico che agisce inibendo l'angiogenesi, ha infatti dimostrato di aumentare del 15% a un anno la probabilità per le donne di vivere più a lungo senza che la neoplasia peggiori. Un risultato importante per un tipo di cancro che nell'80% delle pazienti tende a recidivare.

I dati vengono dallo studio internazionale di fase III che prende il nome di ICON7 e sono stati presentati oggi, al 35° Congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO) in corso a Milano, il più importante appuntamento continentale del settore.

"Si tratta di una svolta importante nel trattamento di una malattia che negli ultimi anni non ha offerto nuove opzioni terapeutiche - spiega il prof. Sandro Pignata dell'Istituto Tumori Fondazione ‘G. Pascale' di Napoli -. In questa forma di cancro la diagnosi precoce è difficile perché non vi sono sintomi che la permettano. Con la conseguenza che nell'80% dei casi il tumore viene scoperto solo quando è già in fase avanzata".

Lo studio ICON7 ha coinvolto 1528 donne, suddivise in due gruppi: al primo è stato somministrato il trattamento standard, al secondo la chemioterapia tradizionale associandola a bevacizumab.
Nello studio ICON7, le pazienti con tumore all'ovaio naïve alla chemioterapia che hanno ricevuto un regime chemioterapico a base di paclitaxel e carboplatin associati a bevacizumab hanno avuto un miglioramento del 15% della sopravvivenza senza progressione rispetto al gruppo trattato con la sola chemioterapia.

"Siamo riusciti a cronicizzare la malattia grazie alle armi che abbiamo oggi a disposizione - continua il prof. Pignata -. Uno dei problemi più importanti nel trattare questa patologia non è la risposta iniziale alla chemioterapia, ma il fatto che per la maggior parte delle pazienti il tumore si ripresenta dopo un certo periodo di tempo, nella maggior parte dei casi entro 15 mesi dalla diagnosi iniziale".

"Anche se non vi sono fattori di rischio chiaramente dimostrati - sottolinea il prof. Marco Venturini, presidente eletto dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) - è importante puntare sulla prevenzione. Attenzione quindi allo stile di vita, seguendo un'alimentazione corretta ed evitando il fumo di sigaretta. Sappiamo inoltre che le donne con una parente di primo grado colpita da carcinoma ovarico hanno un rischio più elevato di svilupparlo. Si tratta di tumori causati da mutazioni genetiche ereditarie. E oggi sono disponibili test per accertare queste alterazioni".

I dati dello studio ICON7 presentati all'ESMO sono ancora preliminari (quelli definitivi saranno disponibili tra due anni), ma confermano fortemente i risultati positivi già evidenziati dal trial GOG 0218 al Congresso americano di oncologia medica (ASCO) dello scorso giugno. I ricercatori americani hanno infatti dimostrato che bevacizumab somministrato durante e dopo la chemioterapia è in grado di ritardare la recidiva di 4 mesi rispetto alle pazienti trattate con sola chemio.

Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diffuso fra le donne, ma i sintomi sono difficili da individuare, in particolare in stadio iniziale e spesso vengono scambiati per altri disturbi di minore entità.

"L'approccio al trattamento di questa neoplasia - conclude il prof. Pignata - è necessariamente multidisciplinare. La collaborazione tra ginecologo e oncologo è fondamentale perché il carcinoma ovarico è una patologia per la quale sono essenziali sia la componente chirurgica sia la terapia medica". Bevacizumab agisce inibendo l'angiogenesi, cioè la crescita di nuovi vasi sanguigni, e limitando ulteriormente l'apporto di sangue al tumore. Il farmaco è già approvato in Europa per il trattamento degli stadi avanzati di 4 tipi di tumori: il carcinoma del colon-retto, del seno, del polmone e del rene.