In un recente studio intitolato “Immunosuppressive plasma cells impede T-cell-dependent immunogenic chemotherapy” i ricercatori dell’Università della California San Diego (UCSD) hanno scoperto che i linfociti B modulano la risposta del tumore prostatico alla immuno-chemioterapia e sono responsabili dell’acquisizione della resistenza al trattamento. Gli studiosi hanno dimostrato che la rimozione dei linfociti B aumenta la sensibilità del tumore prostatico al trattamento con oxaliplatino, un agente efficace nel trattamento del tumore avanzato della prostata. Lo studio è stato pubblicato online il 29 aprile su Nature.

Il tumore avanzato o metastatico della prostata è particolarmente difficile da curare per i fenomeni di resistenza che le cellule tumorali acquisiscono alla chemioterapia classica, al trattamento con inibitori dei checkpoint immunitari e all’immunoterapia. Uno di questi meccanismi di resistenza immunitaria potrebbe essere attribuito alle cellule B in quando responsabili di inibire e prevenire l’attivazione di alcuni processi del sistema immunitario, per esempio la stimolazione dei linfociti C citotossici (CTLs), con cui l’organismo combatte la proliferazione tumorale.

Nello specifico, gli autori dello studio hanno esaminato il ruolo dei linfociti B nel fenomeno di resistenza osservato nel trattamento del tumore avanzato della prostata con oxaliplatino, un farmaco efficace che agisce stimolando il sistema immunitario a produrre cellule in grado di uccidere le cellule tumorali.

Il gruppo di ricercatori ha utilizzato tre modelli murini di tumore avanzato o metastatico della prostata, refrattari al trattamento con oxaliplatino, e scoperto che l’inibizione e, a maggior ragione, la rimozione – genetica o farmacologica – dei linfociti B aumenta la sensibilità del tumore al trattamento con il farmaco in modo dipendente dalla dose.

La sensibilità al trattamento con oxaliplatino dipende dall’integrità e dall’efficacia della stimolazione del comparto di linfociti C citotossici. Infatti, la deplezione dei linfociti B aumenta l’attivazione dei CTLs e il loro reclutamento in sede di tumore. Analogamente, le stesse osservazioni valgono se basse dosi di oxaliplatino sono somministrate in combinazione a un inibitore di checkpoint immunitario, l’anti-PD-L1.

Il comparto di cellule B responsabile della sensibilità al trattamento è rappresentato da plasmociti che esprimono gli antigeni IgA, interleuchina-10 (IL-10) e il ligando del recettore PD-1. L’eliminazione di queste cellule, che si infiltrano nel tumore prostatico resistente alla terapia, consente l’eradicazione totale dei tumori trattati con oxaliplatino attraverso l’attivazione dei linfociti C citotossici.

Gli autori commentano “L’eliminazione o l’inibizione dei plasmociti IgA+ potrebbe rappresentare una strategia immunoterapeutica di successo nel trattamento del tumore prostatico in stadio avanzato o metastatico, in combinazione alla terapia con farmaci come oxaliplatino”.

“Questo tipo di terapia potrebbe essere adottata per il trattamento di altri tipi di tumore che non rispondono agli inibitori di chekpoint immunitari, come per esempio i pazienti con tumore della vescica e melanoma cutaneo la cui risposta alla somministrazione di inibitori anti-PD-1 o anti-PD-L1 è solo del 35%”, concludono i ricercatori.


Maddalena Donzelli

Immunosuppressive plasma cells impede T-cell-dependent immunogenic chemotherapy.Shalapour S1, Font-Burgada J1, Di Caro G1, Zhong Z1, Sanchez-Lopez E1, Dhar D1, Willimsky G2, Ammirante M1, Strasner A1, Hansel DE3, Jamieson C4, Kane CJ4, Klatte T5, Birner P6, Kenner L7, Karin M1. Nature. 2015 Apr 29. doi: 10.1038/nature14395.
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