Tumore ovarico avanzato, risultati simili con chemio neoadiuvante oppure citoriduzione iniziale

Un'analisi aggregata di due studi randomizzati evidenzia che la chemioterapia neoadiuvante e la chirurgia citoriduttiva iniziale producono esiti simili nelle pazienti con carcinoma ovarico avanzato, anche se quelle con malattia in stadio IV vanno meglio con la terapia neoadiuvante. Il lavoro, a firma di Ignace Vergote, dell'Università di Leuven, in Belgio, è stato da poco pubblicato su The Lancet Oncology.

Un'analisi aggregata di due studi randomizzati evidenzia che la chemioterapia neoadiuvante e la chirurgia citoriduttiva iniziale producono esiti simili nelle pazienti con carcinoma ovarico avanzato, anche se quelle con malattia in stadio IV vanno meglio con la terapia neoadiuvante. Il lavoro, a firma di Ignace Vergote, dell’Università di Leuven, in Belgio, è stato da poco pubblicato su The Lancet Oncology.

Per diversi decenni, la chirurgia citoriduttiva iniziale è stata considerata il trattamento standard per le donne che presentano tumori avanzati dell'ovaio, delle tube di Falloppio o del peritoneo. Di recente, ha iniziato ad affermarsi anche la chemioterapia neoadiuvante seguita dalla chirurgia citoriduttiva. Tuttavia, spiegano Vergote e i colleghi, come selezionare le donne con carcinoma ovarico avanzato da indirizzare alla chemioterapia neoadiuvante oppure alla chirurgia citoriduttiva iniziale resta un tema controverso.

Analisi di due studi aggregati
Il lavoro appena pubblicato su The Lancet Oncology è un'analisi dei dati aggregati dello studio randomizzato della European Organisation for Research and Treatment of Cancer (EORTC) 55971 e dello studio CHORUS, relativi a un totale di 1220 donne con carcinoma ovarico o delle tube di Falloppio; di queste, 612 erano state sottoposte subito all’intervento di chirurgia citoriduttiva e 608 alla chemioterapia neoadiuvante prima di essere operate.

Nell’intera coorte analizzata, l'età mediana era di 63 anni e la dimensione mediana del tumore metastatico più voluminoso alla diagnosi pari a 8 cm. Complessivamente, 55 donne (il 5%) avevano una malattia in stadio II-IIIB, 831 (il 68%) una malattia in stadio IIIC e 230 (il 19%) una malattia in stadio IV, mentre per il 9% della coorte mancavano le informazioni relative allo staging del tumore.

Outcome simili con i due approcci
Gli outcome di sopravvivenza sono risultati simili con i due approcci terapeutici. Infatti, la sopravvivenza globale (OS) mediana è stata di 27,6 mesi con la chemioterapia neoadiuvante e 26,9 mesi con la chirurgia citoriduttiva iniziale (HR 0,97; IC al 95% 0,86-1,09; P = 0,506), mentre la sopravvivenza libera da progressione è risultata rispettivamente di 11,6 mesi e 11,1 mesi (HR 0,98; IC al 95% 0,87-1,10; P = 0,608).

I risultati hanno mostrato però alcune differenze in base allo stadio della malattia. Nelle donne con un tumore in stadio IIIC, infatti, l’OS mediana è risultata di 30,8 mesi con la chemioterapia neoadiuvante e 28,4 mesi con la chirurgia upfront (HR 1,04; IC al 95% 0,90-1,21; P = 0,569), mentre in quella con tumore in stadio IV, l’OS mediana è risultata rispettivamente di 24,3 mesi e 21,2 mesi (HR 0,76; IC al 95% 0,58-1,00; P = 0,048) e la PFS rispettivamente di 10,6 mesi contro 9,7 mesi (HR 0,77; IC al 95% 0,59-1,00; P = 0,049).

Chemio neoadiuvante opzione migliore per i casi in stadio più avanzato
«Questa analisi congiunta, con follow-up prolungato termine, mostra che la chemioterapia neoadiuvante è una valida opzione terapeutica per le pazienti con carcinoma ovarico in stadio IIIC-IV, in particolare quelle con un alto carico tumorale al momento della presentazione o con uno performance status scadente» concludono gli autori.

E ancora, aggiungono Vergote e i colleghi, «i nostri dati suggeriscono che la chemioterapia neoadiuvante dovrebbe essere lo standard di cura per la maggior parte delle pazienti affette da carcinoma ovarico o delle tube di Falloppio in stadio IV della classificazione FIGO, e in queste pazienti la chirurgia citoriduttiva primaria dovrebbe essere intrapresa solo in circostanze eccezionali, in presenza di una malattia facilmente resecabile».

Il commento di due esperti
In un editoriale di accompagnamento, Anna Fagotti e Giovanni Scambia, della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, affermano che questi risultati sono «i dati fino ad oggi più convincenti che dimostrano come due diverse strategie abbiano la stessa efficacia in questo setting».

I due esperti evidenziano nel loro commento i limiti dell’analisi dei colleghi, fra i quali una bassa percentuale di pazienti senza malattia macroscopica residua con la chirurgia citoriduttiva iniziale, oltre all'inclusione di donne con malattia in stadio precoce.

«Tuttavia, nel setting dell'attuale pratica clinica, nel quale l'equilibrio tra l'estensione della chirurgia e il performance status della paziente è delicato, e la scelta di un trattamento rispetto a un altro può essere discutibile, i dati di questa analisi aggregata diventano più rilevanti» osservano gli editorialisti.

Inoltre, aggiungono Fagotti e Scambia, i nuovi studi e quelli in corso potrebbero presto far più luce sulla situazione, anche riguardo all’utilizzo di combinazioni di nuovi agenti e alla corretta tempistica della chirurgia.

I. Vergote, et al. Neoadjuvant chemotherapy versus debulking surgery in advanced tubo-ovarian cancers: pooled analysis of individual patient data from the EORTC 55971 and CHORUS trials. Lancet Oncol. 2018; doi: https://doi.org/10.1016/S1470-2045(18)30566-7.