Al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) sono stati presentati aggiornamenti di diversi studi condotti con bevacizumab: I dati del trial clinico ICON7, dati preliminari dello studio dei gruppi cooperativi MITO e MANGO e ulteriori aggiornamenti dello studio registrativo AURELIA, nel trattamento del carcinoma ovarico.  Il tumore ovarico è il sesto tumore tra le donne e rappresenta il più grave tra i tumori ginecologici. Nel mondo sono oltre 250 mila le donne colpite ogni anno; in Italia si contano 5.911 nuovi casi all’anno, circa il 3% del totale dei tumori diagnosticati tra le donne.
Lo studio ICON7, randomizzato, controllato, in aperto, ha coinvolto 1.528 pazienti con carcinoma ovarico ed è stato disegnato per valutare l’efficacia e la sicurezza determinata dall’aggiunta di bevacizumab a carboplatino e paclitaxel nel trattamento di prima linea del carcinoma ovarico. Lo studio aveva già dimostrato il beneficio statisticamente significativo dell’aggiunta di bevacizumab alla sola chemioterapia nella popolazione ITT e nel sottogruppo delle pazienti ad alto rischio.  I risultati presentati a Chicago sulle pazienti con citoriduzione ottimale (RT=0) hanno messo in luce come bevacizumab sia efficace nel ridurre il rischio di progressione della malattia del 23% dimostrando in questo modo. di riuscire a ridurre tale rischio indipendentemente dallo stadio e dall’outcome chirurgico.
Presentati anche alcuni dati preliminari dello studio di fase IV dei gruppi cooperativi MITO-MANGO: si tratta di un’analisi descrittiva finalizzata a valutare la fattibilità e gli outcome dell’utilizzo della combinazione bevacizumab-chemioterapia nella terapia neoadiuvante (prima della chirurgia) di intervallo. Questa analisi suggerisce che l’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia nel trattamento di prima linea rappresenti un’opzione terapeutica fattibile per le pazienti sottoposte a chirurgia di intervallo (IDS).
“I dati dei nuovi studi presentati all’ASCO 2015, che si soffermano sulla combinazione bevacizumab-chemioterapia, aprono interessanti prospettive nella terapia del carcinoma ovarico. In particolare, i risultati dello studio ICON7 - commenta la professoressa Nicoletta Colombo, Direttore Divisione di Ginecologia Oncologica Medica, Istituto Europeo di Oncologia (IEO) Università Milano Bicocca - confermano ancora una volta come bevacizumab, aggiunto alla chemioterapia e somministrato in fase di mantenimento, sia in grado di ridurre in modo statisticamente significativo il rischio di progressione del tumore anche nelle pazienti con tumore residuo assente dopo la chirurgia primaria. Da sottolineare, poi, come l’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia sia un’opzione sicura e ben tollerata anche nel trattamento neoadjuvante del carcinoma ovarico, come emerge anche dai dati preliminari dello studio di fase IV dei gruppi cooperativi MITO-MANGO. Ciò significa che si può ipotizzare anche un ruolo importante di bevacizumab in fase neoadiuvante rappresentando un approccio  sicuro e consentendo una percentuale di citoriduzione a
“Un altro risultato importante lo abbiamo riscontrato sull’uso di bevacizumab nel tumore endometriale – continua la professoressa Colombo – l’aggiunta di bevacizumab più carboplatino e paclitaxel ha consentito di ottenere un miglioramento di 5 mesi nella sopravvivenza libera da progressione rispetto alla sola chemioterapia in uno studio randomizzato di fase II condotto dal gruppo MITO. In un tumore complesso da trattare è un risultato importante e per il quale da tempo non si avevano nuove terapie”
Bevacizumab rappresenta una valida opzione terapeutica nella terapia del tumore all’ovaio: è stato il primo farmaco biologico approvato in Europa per il trattamento delle donne colpite da tumore ovarico, ed è in grado di ritardare le recidive e prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia. È inoltre indicato per il trattamento della prima recidiva di malattia platino sensibile e per la prima o seconda recidiva di malattia platino resistente, in pazienti che non l’abbiano ricevuto in prima linea. Quest’ultima indicazione, pur avendo già l’autorizzazione europea, non è ancora rimborsata in Italia.