La maggior parte dei pazienti con un tumore al polmone o al colon-retto in fase terminale ha aspettative eccessive nei confronti della chemioterapia e non ha così chiaro che il trattamento con tutta probabilità non sarà curativo, ma solo palliativo. Lo segnala uno studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine, opera di un gruppo di ricercatori dell’Harvard University di Boston.


L’analisi mostra, innanzitutto, che tra i pazienti partecipanti allo studio CanCORS (uno studio di popolazione americano, di tipo prospettico), il 69% di quelli con un cancro del polmone in stadio IV pensava che fosse probabile, abbastanza probabile o un po’ probabile curare la malattia con la chemio. Tra quelli con un cancro del colon-retto in stadio IV, la percentuale degli ottimisti era ancora più elevata: l’81%, infatti, aveva almeno un po’ di speranza di poter essere curato.


La scoperta suggerisce come molti pazienti in fase terminale possano fraintendere ciò che possono aspettarsi dalla chemioterapia, "il che potrebbe compromettere la loro capacità di prendere decisioni terapeutiche consapevoli e in linea con le loro preferenze”, concludono i ricercatori


In passato, già altri studi, ma di piccole dimensioni e per lo più monocentrici, hanno suggerito che i pazienti sovrastimano la durata della loro sopravvivenza e pensano erroneamente che la chemioterapia palliativa abbia un potenziale curativo.


Per cercare di capire i perché di quest’ottimismo fuori luogo, Jane Weeks, del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, e gli altri autori hanno fatto riferimento alla coorte dello studio osservazionale CanCORS (Cancer Care Outcomes Research and Surveillance) che ha coinvolto più di 10.000 pazienti colpiti da un cancro al polmone o al colon-retto tra il 2003 e il 2005.


Per la loro analisi, i ricercatori hanno esaminato 1.193 pazienti ai quali era stato diagnosticato un tumore in stadio IV e che avevano scelto di fare la chemioterapia. In questo campione hanno cercato di caratterizzare in che misura i pazienti si aspettavano la chemio fosse curativa e di identificare i fattori clinici, sociodemografici e legati al sistema sanitario associati a quest’aspettativa. 


Ai partecipanti è stato chiesto, per esempio: "Dopo aver parlato con i medici della chemioterapia, quanto avete pensato fosse probabile che questo trattamento… vi avrebbe aiutato a vivere più a lungo, avrebbe curato il cancro o vi sarebbe stata d’aiuto per i problemi causati dalla malattia?". I pazienti intervistati potevano rispondere "molto probabile", "piuttosto probabile", "poco probabile", "per niente probabile" e "non so".


L'analisi delle risposte ha mostrato che i pazienti con un tumore al colon credevano che la chemioterapia avesse più probabilità di essere efficace rispetto a quelli con un cancro al polmone.


In entrambi i gruppi i pazienti pensavano che era più probabile la chemioterapia avrebbe prolungato la sopravvivenza piuttosto che curato il tumore, ma solo il 31% dei pazienti con un cancro del polmone e il 19% di quelli con un cancro al colon-retto pensavano che non fosse "affatto probabile" poter essere curati.


L'analisi multivariata sui fattori associati al rischio di avere convinzioni inesatte sulla chemioterapia ha mostrato che i pazienti con un cancro del colon-retto avevano il 75% di probabilità in più di avere aspettative irrealistiche rispetto a quelli con un cancro al polmone (OR 1,75, IC al 95% 1,29-2,37).


Inoltre, i pazienti ispanici e quelli di colore avevano una probabilità quasi tre volte superiore di esprimere opinioni errate rispetto a quelli bianchi (OR 2,82 e IC al 95% 1,51-5,27 per i pazienti ispanici; OR 2,93 e IC al 95% 1,80-4,78 per quelli di colore ).


Infine. erano più inclini a un ottimismo sbagliato i pazienti che avevano valutato molto favorevolmente la comunicazione con il proprio medico rispetto a quelli che l’avevano giudicata meno soddisfacente (OR 1,90 (IC al 95% 1,33-2,72). Quest'ultimo risultato "suggerisce che i pazienti percepiscono i medici come comunicatori migliori quando trasmettono loro una visione più ottimistica della chemioterapia" fanno notare gli autori.


Invece, il grado di istruzione, lo stato funzionale e il ruolo del paziente nel processo decisionale sulla terapia non si sono rivelati fattori implicati nello sviluppo delle aspettative inesatte nei confronti della chemio. 


Parte del problema può essere insito nel significato della parola "cura", suggeriscono Thomas Smith, della Johns Hopkins University e Dan Longo, vicedirettore del Nejm, nel loro editoriale di commento. "Per un paziente con un tumore in stadio avanzato, cura può voler dire ... la fine del dolore o una speranza di un domani migliore con meno limitazioni", piuttosto che l'eradicazione del cancro, scrivono i due editorialisti. Ma "se i pazienti, in realtà, hanno aspettative non realistiche di poter essere curati da una terapia che viene somministrata con intento palliativo, noi, come medici, abbiamo un grave problema di cattiva comunicazione che dobbiamo affrontare" osservano Smith e Longo.


Questa comunicazione sbagliata potrebbe dipendere dal medico o dal paziente, ma probabilmente da entrambi, aggiungono i due commentatori, concludendo che i clinici, per parte loro, possono fare di meglio: "Abbiamo gli strumenti per aiutare i pazienti a prendere le decisioni difficili. Dobbiamo solo essere incentivati a usarli e avere il buon senso di farlo”.


J.C. Weeks, et al. Patients' expectations about effects of chemotherapy for advanced cancer. N Engl J Med 2012; 367: 1616-1625.
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