Tempo di bilanci per l’Italia alla scadenza della campagna vaccinale contro il Papilloma Virus (HPV), fissata alla fine del 2012 (salvo proroga al 2015) e di confronto con altri Paesi Europei. ‘Mezzo’ sospiro di sollievo per il nostro che si colloca ai primi posti, con una copertura media nazionale della coorte 1997-1998 per le 3 dosi di vaccino del 65%, dietro Regno Unito (81%) e Portogallo (80%).

Ma c’è anche chi fa i conti con clamorosi insuccessi: come la Francia, il Lussemburgo e la Norvegia che hanno dato una copertura fra il 17 e il 30%. Dunque l’Italia, pur con una adesione soddisfacente, nicchia a dire un ‘sì’ deciso alla vaccinazione contro l’HPV, rischiando di fare sfumare l’obiettivo di copertura vaccinale fissato dall’Intesa Stato-Regioni al 95%. Al rush finale ci si interroga sulle cause che hanno decelerato l’attesa partecipazione: certamente ha influito la scarsa informazione sull’importanza della prevenzione primaria e secondaria nonostante le tante campagne e attività svolte. Occorre quindi una più efficace sensibilizzazione all’HPV e una maggior chiarezza anche al momento di un Pap Test positivo.

Ogni anno in Italia a 17 mila donne viene, infatti, diagnosticata una lesione precancerosa (le più pericolose si chiamano Cin 2 e Cin 3), campanello d’allarme per lo sviluppo di un carcinoma alla cervice uterina. Una situazione difficile, soprattutto di fronte agli interventi chirurgici cui ci si deve sottoporre, che provoca nella donna vergogna, senso di colpa, timore per gravidanze future e possibili ricadute. Finora la vaccinazione anti HPV è stata infatti associata esclusivamente alla possibilità di prevenzione del cancro del collo dell’utero, che rimane l’obiettivo primario della campagna pubblica. Non viene ancora completamente compreso l’ulteriore vantaggio che questo vaccino avrebbe nella prevenzione delle lesioni precancerose, tappa iniziale di un possibile processo di cancerogenesi.

A metterlo in evidenza sono i risultati di un’indagine promossa da O.N.Da, che ha coinvolto in tre città (Milano, Bari e Roma) 40 donne che negli ultimi cinque anni hanno dovuto affrontare questo percorso terapeutico. L’impegno italiano prosegue anche sul fronte dei ‘nuovi Paesi’ europei con il Progetto AURORA, di cui O.N.Da è capofila. Questa iniziativa si rivolge agli Stati membri di più recente adesione, nei quali il tasso di incidenza e mortalità di malattia restano ancora altissimi, con punte, nel 2008, rispettivamente di 29 casi e 16 decessi su 100 mila donne per mancanza di screening e adeguate conoscenze. Sono questi alcuni degli aspetti che verranno presentati oggi in occasione della Conferenza Stampa alla Camera dei Deputati alla presenza dei maggiori esperti sul tema.

“L’indagine – spiega Francesca Merzagora – ha mostrato un sentimento di paura generalizzato proprio verso l’HPV e il Pap Test positivo, che si riflette sia sulla sfera personale – la donna prova vergogna, senso di colpa, chiudendosi nel silenzio anche con il partner – sia sulla sfera sessuale, portandola a rinunciare anche a rapporti intimi per lunghi periodi, o a temere per gravidanze future e per possibili ricadute della malattia. È solo l’aver vissuto e conosciuto la malattia che aumenta la consapevolezza della donna – prosegue Merzagora – portandola ad interessarsi a tutto quanto ruota attorno al tumore della cervice, vale a dire una migliore conoscenza della malattia e delle forme di prevenzione e protezione, anche vaccinali, per sé e le proprie figlie”.

Tra i dati della ricerca emerge anche la soddisfazione per l’assistenza medica ricevuta (75%), mentre il 50% delle donne è critica riguardo alle modalità di comunicazione della diagnosi (approccio impersonale, difficoltà di comprensione dei termini medici, accompagnamento nel follow-up) e sulla chiarezza dei referenti, spesso evasivi nel dare risposta a dubbi generali e/o, laddove indicata, a guidarle nella scelta vaccinale (ancora oggi timidamente raccomandata dagli specialisti). “In generale – commenta Fausto Boselli, Segretario Generale della Società Italiana di Colposcopia e Patologia Cervico Vaginale e Responsabile del Servizio di Ginecologia Preventiva, Dipartimento Materno Infantile dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia – emerge un forte impatto emotivo della donna sia al momento della diagnosi del referto di Pap-test anormale, di cui spesso non ne comprende la terminologia, sia al momento della comunicazione e condivisione del percorso diagnostico-terapeutico legato alla diagnosi. Occorre dunque che il ginecologo dedichi più tempo a spiegarne tutti gli aspetti con un linguaggio adeguato e rassicurante che abbia anche l’intento di aumentare la consapevolezza dell’importanza della vaccinazione HPV nella prevenzione di questa patologia”.

“Lo sviluppo di molte neoplasie sembra essere correlato all’esposizione a fattori ambientali o comportamentali personali – dichiara Walter Ricciardi, Direttore dell’Istituto di Igiene e Medicina Preventiva dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma –. Occorre dunque identificare strategie di intervento per la prevenzione primaria e secondaria al fine di diagnosticare la malattia in una fase precoce e aumentarne la guaribilità. Per l’HPV, in particolare, la prevenzione secondaria è assicurata dal Pap test e dal test per HPV, e quella primaria da due vaccini: uno contro i tipi virali 6, 11, 16, 18 e un secondo contro i tipi 16 e 18. Questi ultimi due sono ad alto rischio oncogeno, e responsabili da soli di circa il 70% di tumori della cervice uterina, del tumore della vagina e di un terzo dei tumori della vulva. Il vaccino contro l’HPV è il primo, espressamente utilizzato per prevenire una malattia oncologica, indirizzato a proteggere le ragazzine prima dell’esordio sessuale da un terribile cancro che colpisce l’area riproduttiva con ripercussioni sulla possibilità procreativa e sulla sfera personale, di coppia e familiare”.

 “Le attività vaccinali, in Italia – commenta Maria Grazia Pompa, Direttore dell’Ufficio V, Malattie Infettive e Profilassi Internazionale del Ministero della Salute – tradizionalmente gestite da servizi delle ASL, sono organizzate autonomamente a livello regionale, sulla base di strategie concordate con il Ministero della Salute, secondo un approccio trasversale, attraverso il coinvolgimento anche dei ginecologi, e l’allargamento dell’offerta gratuita vaccinale alle dodicenni ad altre donne, entro il limite di età previsto dal vaccino. Pur riconoscendo i limiti del vaccino che previene le infezioni dai virus HPV responsabili della maggior parte di lesioni/patologie a carico della cervice dell’utero ma non da tutte le infezioni ad alto rischio oncogeno, lo screening rappresenta un punto cardine della strategia vaccinale in quanto strumento di verifica dell’efficacia della metodica adottata e di rilevazione dell’andamento epidemiologico delle lesioni precancerose e del carcinoma della cervice. Per il raggiungimento di questo obiettivo, la comunicazione è elemento cardine del “contratto” terapeutico, mentre la formazione dell’operatore ne è un presupposto fondante”.

 “Il Progetto Europeo AURORA, di cui O.N.Da è il centro coordinatore – spiega Maura Ilardi, Coordinatore Scientifico del Progetto – e che coinvolge 11 nuovi Stati Membri (Italia, Lettonia, Bulgaria, Romania, Grecia, Repubblica Ceca, Cipro, Slovacchia, Slovenia, Ungheria e Polonia), ha lo scopo di sensibilizzare intere aree territoriali nelle quali sono ancora assenti programmi di informazione e screening, coinvolgendo in modo particolare le ‘hard to reach populations’ (popolazioni difficili da raggiungere). Lo screening è una efficace azione di prevenzione che ha portato ad un sensibile decremento della patologia della cervice uterina nelle aree in cui era attivo: infatti nel 2008 in Italia i casi di tumore sono stati 8.02 su 100.000 con un tasso di mortalità di 2.01 su 100.000 rispetto alla Romania, dove lo screening è inesistente, che ha registrato 29 casi e 16.02 decessi su 100.000”.