Risultati deludenti in fase II per vandetanib nel carcinoma epatocellulare inoperabile. In uno studio controllato e randomizzato di ricercatori taiwanesi, pubblicato di recente sul Journal of Hepatology, il farmaco ha dimostrato, infatti, di non migliorare le percentuali di stabilizzazione del tumore (endpoint primario de lavoro).

Dato che gli inibitori del VEGFR e quelli dell’EGFR hanno dimostrato di avere un’attività antitumorale nel carcinoma epatocellulare avanzato, gli autori del lavoro hanno voluto testare efficacia e sicurezza di vandetanib, che è un inibitore orale di entrambi i recettori dei fattori di crescita, nel carcinoma epatocellulare avanzato inoperabile

In particolare, hanno valutato il tasso di stabilizzazione del tumore (definita come una risposta completa o parziale o una stabilizzazione della malattia per almeno 4 mesi) in 67 pazienti con HCC non resecabile, di cui 19 trattati con vandetanib 300 mg/die, 25 con 100 mg/die e 23 con placebo.

Nonostante l’effetto promettente dell’inibizione dell’EGFR e dell’EGFR visto negli studi precedenti, in questo lavoro, non si sono viste risposte tumorali obiettive al momento del cut-off dei dati, né differenze significative nei tassi di stabilizzazione del tumore nei tre gruppi: 5,3% con vandetanib 300 mg/die, 16,0% con vandetanib 100 mg/die e 8,7%placebo.

Nei pazienti trattarti con il farmaco si è osservata una tendenza al miglioramento sia della sopravvivenza libera da progressione (PFS) sia della sopravvivenza globale, ma in entrambi i casi la differenza rispetto al placebo non è risultata statisticamente significativa.

La PFS mediana è stata di 1,05 mesi con vandetanib 300 mg e 1,7 mesi con 100 mg e 0,95 mesi con il placebo, mentre l’OS mediana è risultata rispettivamente di 5,95 mesi, 5,75 mesi e 4,27 mesi.

Non si sono osservate differenze tra i tre gruppi per quanto riguarda gli eventi avversi (diarrea e rash i più comuni), ma le interruzioni delle somministrazioni o le riduzioni del dosaggio a causa degli eventi avversi si sono avute solo nei gruppi in trattamento attivo.

Il farmaco ha portato anche a un aumento dei livelli di VEGF e una diminuzione di quelli del VEGFR-2, ma le variazioni degli altri fattori angiogenici circolanti non sono risultate coerenti tra i diversi gruppi di trattamento.

"I risultati di questo studio non corroborano l'ipotesi che combinare l'inibizione dell’EGFR con quella del VEGFR possa migliorare l’efficacia terapeutica nei pazienti con HCC," concludono gli autori, che però lasciano aperto uno spiraglio, scrivendo che i risultati negativi potrebbero essere legati semplicemente alla mancanza di biomarker predittivi in grado di identificare i pazienti che potrebbero trarre maggiori benefici da questo approccio terapeutico.

Inoltre, nonostante l’esito negativo dello studio, i ricercatori sostengono che vandetanib nel HCC meriti una prova d’appello e che la sua attività contro questo tumore meriti comunque di essere indagata in modo più approfondito in studi più ampi.

C. Hsu, et al. Vandetanib in patients with inoperable hepatocellular carcinoma: A phase II, randomized, double-blind, placebo-controlled study. J Hepatol. 2012
leggi