Un nuovo anticorpo monoclonale sperimentale sviluppato dalla biotech danese Genmab che prende il nome di zalutumumab ha dimostrato di poter ritardare la progressione del tumore in pazienti con carcinoma a cellule squamose della testa e del collo in seconda linea, dopo il fallimento della chemioterapia standard a base di platino. Il farmaco non migliora però la sopravvivenza globale. È questo il verdetto di un studio internazionale di fase III coordinato da Jean-Pascal Machiels, della Cliniques Universitaires Saint Luc di Bruxelles, e appena pubblicato online su Lancet Oncology.

A livello mondiale, il carcinoma a cellule squamose della testa e del collo colpisce circa 634 mila pazienti ogni anno e circa la metà di quelli con malattia avanzata ricadono con metastasi  locoregionali o a distanza. In questi casi, la chemioterapia a base di platino è ampiamente usata come terapia di prima linea. Tuttavia, se questa fallisce, non ci sono al momento opzioni terapeutiche alternative che possano aumentare la sopravvivenza.

Negli studi preclinici, zalutumumab, un anticorpo monoclonale pienamente umanizzato diretto contro il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), aveva dimostrato di rallentare la crescita tumorale e i primi studi sull'uomo ne avevano evidenziato la sicurezza. Ora la molecola ha dato buona prova di sé anche in fase III, sebbene non abbia centrato l'obiettivo dell'endpoint primario, rappresentato dalla sopravivenza globale.

Il lavoro uscito su Lancet, i cui risultati erano stati presentato lo scorso giugno al congresso dell'ASCO, è un trial randomizzato in aperto, a gruppi paralleli, che ha coinvolto 286 pazienti arruolati in diversi centri in Europa, Basile e Canada, ricaduti entro 6 mesi dalla chemioterapia di prima linea.
I partecipanti sono stati randomizzati in rapporto 2:1 al trattamento con zalutumumab più la miglior terapia di supporto oppure solo con quest'ultima. Dato che studi precedenti avevano mostrato che dosaggi più elevati miglioravano gli outcome in pazienti che non sviluppavano rash, la dose dell'anticorpo è stata titolata in base alla presenza o assenza del rash stesso.

La sopravvivenza globale mediana non ha mostrato differenze significative nei due gruppi (P = 0,064) ed è stata di 6,7 mesi nei 191 pazienti del gruppo trattato con l'anticorpo contro i 5,2 mesi nei 95 controlli. La sopravvivenza libera da progressione, invece, è stata significativamente maggiore nel gruppo zalutumumab (P = 0,0012), con un hazard ratio di progressione o morte pari a 0,63 e una percentuale di sopravvivenza a 6 mesi del 20% contro il 7,3% nel gruppo di controllo.

Tra gli endpoint secondari è stata valutata anche la sicurezza del farmaco. I più comuni eventi avversi di grado 3-4 sono stati rash, anemia e polmonite, mentre i più comuni eventi avversi gravi sono stati emorragia tumorale, polmonite e disfagia.

Commentando il mancato miglioramento della sopravvivenza globale da parte dell'anticorpo, gli autori dello studio fanno notare che la maggior parte dei controlli erano stati trattati con metotrexate, dopo che alcuni dati, non noti all'inizio dello studio, avevano suggerito un beneficio di questo farmaco in termini di sopravvivenza. Per questo, sostengono, la significatività del beneficio in sopravvivenza ottenuto con zalutumumab potrebbe essere stata ridotta proprio dall'uso del metotrexate nel gruppo di controllo.

Machiels J-P, et al. Zalutumumab plus best supportive care versus best supportive care alone in patients with recurrent or metastatic squamous-cell carcinoma of the head and neck after failure of platinum-based chemotherapy: an open-label, randomised phase 3 trial" Lancet Oncol 2011; DOI:10.1016/S1470-2045(11)70034-1.
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