I dati a 62 mesi (o più di due anni dalla fine della terapia) confermano i benefici dell'aggiunta del bifosfonato acido zoledronico alla terapia ormonale adiuvante nel carcinoma mammario iniziale, evidenziati dopo un follow-up di 48 mesi nello studio Austrian Breast and Colorectal Cancer Study Group Trial 12 (ABCSG-12).

Lo studio, pubblicato nel febbraio 2009 sul New England Journal of Medicine, aveva mostrato che in donne in premenopausa con cancro alla mammella allo stadio iniziale, la somministrazione di acido zoledronico in associazione a terapia ormonale post-chirurgica riduce il rischio di recidiva o di decesso del 36% rispetto alla sola terapia ormonale (hazard ratio [HR] a 48 mesi = 0,64; P = 0,01).

I nuovi dati, appena presentati al 33° San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS), in Texas, indicano che i vantaggi dati dalla combinazione del bifosfonato con la terapia adiuvante ormonale si mantengono a lungo anche dopo il completamento della terapia (HR a 62 mesi 0,68; P = 0,009).

Il trial ABCSG-12 è uno studio randomizzato di fase III, multicentrico, in aperto, che h coinvolto 1.803 donne in premenopausa con carcinoma mammario di stadio I o II, positivo per i recettori degli estrogeni e con meno di 10 linfonodi ascellari coinvolti. Dopo la resezione del tumore, le pazienti hanno iniziato il trattamento con goserelin per soppressione ovarica (3,6 mg ogni 28 giorni) e sono state trattate con tamoxifene (20 mg/die) o anastrozolo (1 mg/die) con o senza acido zoledronico; (4 mg ogni 6 mesi) per 3 anni. L'endpoint primario dello studio per ognuno dei gruppi di studio era la sopravvivenza libera da malattia e il follow-up mediano del lavoro pubblicato sul NEJM era di 48 mesi.

Durante la presentazione dei nuovi dati, Michael Gnant, MD, professore di chirurgia della Medical University di Vienna e primo autore dello studio, ha poi aggiunto che dopo 62 mesi di follow-up si è osservata una forte tendenza a una riduzione del rischio di morte e a un miglioramento della sopravvivenza globale (HR = 0,66; P = 0,10).

L'effetto antitumorale dei bifosfonati, ha spiegato Gnant, potrebbe dipendere dal fatto che questi agenti possono modificare il microambiente del midollo osseo e contribuire in questo modo ala miglioramento della sopravvivenza libera da malattia, sia a livello dell'osso sia di altre sedi.

Infatti, nello studio ABCSG-12, dopo 62 mesi di follow-up si sono osservate una riduzione delle metastasi ossee, dei carcinomi mammari controlaterali e delle metastasi locoregionali e a distanza, un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da malattia e una tendenza al miglioramento della sopravvivenza globale. Il tutto senza pagare un prezzo aggiuntivo in termini di eventi avversi gravi rispetto alla sola terapia ormonale.

La European Society of Medical Oncology (ESMO) ha recentemente affermato che l'impiego dell'acido zoledronoico può essere appropriato per la prevenzione della perdita ossea e per ridurre il rischio di recidive nelle donne in premenopausa sottoposte a terapia ormonale e in quelle in postmenopausa trattate con un inibitore dell'aromatasi.

Tuttavia, i risultati dello studio ABCSG-12 sono in contrasto con quelli dello studio di fase III AZURE, presentati anch'essi in occasione dell'ultimo SABCS. In questo trial, infatti, l'aggiunta di acido zoledronico alla chemioterapia e/o alla terapia ormonale in fase adiuvante ha mostrato di non aumentare la sopravvivenza libera malattia (DFS) in un setting abbastanza simile: pazienti con carcinoma mammario in stadio leggermente più avanzato (stadio II e III), sia in pre- sia in postmenopausa.

Per Novartis, che produce il bifosfonato, sul piatto della bilancia sembrano pesare di più i risultati di quest'ultimo studio. Proprio in base ai risultati di AZURE, infatti, il colosso svizzero ha annunciato di voler ritirare la richiesta di approvazione del farmaco quale terapia adiuvante nel tumore della mammella in fase iniziale, sia negli Stati Uniti sia in Europa.