Il trattamento adiuvante con zoledronato non è riuscito a migliorare gli outcome nelle pazienti con un carcinoma mammario e con tumore residuo dopo una chemioterapia neoadiuvante in un ampio studio randomizzato di fase III, lo studio NATAN (Neo-Adjuvant Trial Add-On) presentato in occasione del Breast Cancer Symposium di San Antonio.

Tuttavia, un risultato positivo c’è: nel sottogruppo di donne al di sopra dei 55 anni trattate con il bifosfonato, infatti, si è osservato un miglioramento del 17% nella sopravvivenza libera da malattia rispetto ai controlli. Anche se questa differenza non ha raggiunto la significatività statistica a causa del numero limitato di pazienti, l’entità del beneficio è molto simile a quella evidenziata per la terapia adiuvante con bifosfonati nella metanalisi dell’Early Breast Cancer Trialists Collaborative Group presentata in precedenza al simposio.

Tale metanalisi, presentata dal Robert Coleman dell'Università di Sheffield, ha incluso più di 17.000 donne che avevano partecipato a studi randomizzati ed è arrivata alla conclusione che la terapia adiuvante con bifosfonati offre un beneficio significativo alle pazienti con un carcinoma mammario in post-menopausa, portando a una riduzione del 17% del rischio di mortalità e una diminuzione del 34% del rischio di metastasi ossee rispetto ai controlli, mentre il trattamento non è risultato utile per le donne in premenopausa.

"Avevamo discusso se fare un altro trial sui bisfosfonati, questo limitato alle pazienti in postmenopausa che non avevano avuto una risposta patologica completa dopo la chemioterapia neoadiuvante, ma dopo aver visto la presentazione di Robert Coleman non siamo del parere di farlo. Nel mese di gennaio ci sarà la riunione del nostro comitato delle linee guida e mi aspetto che raccomanderemo di utilizzare i bisfosfonati nelle pazienti in post-menopausa, quindi non avrebbe senso fare un altro studio prospettico su questa popolazione" ha spiegato uno degli autori dello studio Gunter von Minckwitz, presidente del German Breast Group e ginecologo presso l'Università di Francoforte.

Lo studio NATAN è stato effettuato perché le pazienti che hanno ancora una malattia residua dopo la chemioterapia neoadiuvante hanno una prognosi peggiore rispetto a quelle che hanno avuto una risposta patologica completa e hanno poche opzioni di trattamento adiuvante a disposizione.

Il trial ha coinvolto 654 pazienti che avevano ancora una malattia residua dopo almeno quattro cicli di terapia neoadiuvante con antracicline/chemioterapia a base di taxani. Le partecipanti sono state assegnate al trattamento programmato per 5 anni con acido zoledronico per via endovenosa dopo l’intervento o alla sola osservazione, più la terapia endocrina adiuvante e/o trastuzumab come indicato.

Lo studio è stato interrotto in anticipo per evidente inutilità dopo un follow-up mediano di 48 mesi dato che le percentuali di sopravvivenza libera da eventi nei due bracci risultavano praticamente identiche. Le pazienti di età superiore ai 55 anni, che costituivano un terzo del campione, sono risultate l'unico sottogruppo con una forte, seppur non significativa, tendenza ad avere un beneficio dal bifosfonato.

C'è una forte necessità di nuove opzioni terapeutiche per le donne con un tumore residuo dopo la chemioterapia neoadiuvante, in particolare quelle non ancora entrate in menopausa. Attualmente sono in fase di sperimentazione diversi nuovi agenti per le pazienti con cancro al seno chemioresistente, tra cui rucaparib, un inibitore orale dell’enzima PARP (poli ADP-ribosio polimerasi) per il carcinoma mammario triplo-negativo; palbociclib, un inibitore orale e selettivo delle chinasi ciclina dipendenti 4 e 6, nelle donne con tumori HER2-negative e positivi ai recettori ormonali e trastuzumab emtansine, un farmaco che combina in un’unica molecola trastuzumab e l’agente citotossico mertansine nelle pazienti con tumori HER2-positivi resistenti alla chemioterapia, ha spiegato von Minckwitz.