Che il dolore muscolare possa essere associato all’impiego di statine è cosa ormai risaputa da molto tempo. Uno studio di recente pubblicazione sulla rivista JAMA Internal Medicine, tuttavia, suggerisce ora anche l’esistenza di un legame tra l’impiego di questa classe di farmaci e lo sviluppo di condizioni muscoloscheletriche e artropatie.

Come è noto in letteratura, le statine sono in grado di abbassare in modo efficace l’incidenza di malattie CV e di morte. Molto scarse, invece, sono le conoscenze a riguardo dell’intero spettro degli eventi avversi (AEs) muscoloscheletrici. Questa categoria di AEs include un’ ampia varietà di manifestazioni cliniche, che vanno dall’astenia muscolare ai crampi muscolari e alle tendinopatie.

L’equipe del prof. Mansi, nel Texas (USA), ha utilizzato i dati di un sistema di erogazione di servizi sanitari militare per determinare se le statine fossero associate alle condizioni muscoloscheletriche sopra menzionate, sulla base del consumo di questa classe di farmaci da parte degli assistiti nel 2005. I pazienti reclutati nello studio sono stati divisi in due gruppi sulla base dell’impiego o meno di statine. Il numero di pazienti che ha soddisfatto i criteri di inclusione nello studio sono stati 46.249 e di questi, i ricercatori hanno incrociato mediante il metodo “propensity score” (un approccio statistico che incrocia matematicamente le caratteristiche dei pazienti in due o più gruppi) 6.967 utilizzatori di statine con altrettanti pazienti non trattati, tutti seguiti per un periodo di follow-up della durata media di 5 anni.

Prima dell’incrocio con questo metodo, i pazienti afferenti ai due gruppi non differivano in base all’età (media di 56 anni) o al sesso (53% del campione era di sesso maschile). Tuttavia le caratteristiche basali erano significativamente differenti tra i due gruppi: i pazienti che assumevano statine erano più anziani (60 anni vs 45 anni), includevano più uomini ed erano affetti da più comorbidità quali attacco cardiaco, arteriopatia periferica, malattia cerebrovascolare o diabete con complicanze. Inoltre, un numero maggiore di pazienti sottoposto a trattamento con questa classe di farmaci era obeso e fumava rispetto all’altro gruppo.

I risultati hanno mostrato che la possibilità di andare incontro a diagnosi di una qualunque malattia muscoloscheletrica nota era più elevata nel gruppo di utilizzatori di statine (OR=1,19). Lo stesso trend è stato osservato relativamente alla possibilità di andare incontro a diagnosi di  dislocazione/strappo muscolare/distorsione (OR=1,13) o di dolore muscolo scheletrico (OR=1,09).
Per contro, i ricercatori non hanno trovato, nel corso dell’analisi primaria, un’associazione significativa tra l’impiego di statine e lo sviluppo di osteoartrite (OA)/artropatia, anche se analisi secondarie hanno documentato la significatività statistica di questa associazione.

“A nostra conoscenza – commentano gli autori dello studio – questo è il primo lavoro che abbia utilizzato il metodo statistico del propensity score ad aver dimostrato che l’impiego di statine è associato ad un aumento delle probabilità di diagnosi di condizioni muscoloscheletriche e artropatie. (…) E’ probabile che l’assenza di significatività statistica tra l’impiego di statine e lo sviluppo di OA sia da ascrivere al fatto che le statine potrebbero dare un beneficio nei pazienti affetti da questa particolare condizione in ragione delle proprietà antiinfiammatorie.”

Pur riconoscendo alcuni limiti dello studio, quali la presenza di bias di dati a seguito di problemi di codificazione in base allo standard ICD-9-CM delle patologie considerate, l’assenza di un codice validato relativo agli AEs associati alle statine e la mancanza di dati sulla compliance dei pazienti al trattamento con statine, gli autori ne sottolineano l’importanza come apripista di nuovi studi sull’argomento, anche alla luce dell’avvio in età sempre più precoce della terapia con statine per la prevenzione primaria delle malattie CV.

Mansi IU et al. Statins and musculoskeletal conditions, arthropathies and injuries. JAMA Intern Med 2013; 173(11):1-9
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