Artrite reumatoide, il rischio di infarto scende se si usano i farmaci anti-TNF

L'utilizzo di farmaci anti-TNF, invece dei DMARDs, si associa ad una riduzione del rischio di infarto del miocardio (IM) nei pazienti con artrite reumatoide (AR). Lo dimostrano i risultati di uno studio osservazionale pubblicato sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases.

L'utilizzo di farmaci anti-TNF, invece dei DMARDs, si associa ad una riduzione del rischio di infarto del miocardio (IM) nei pazienti con artrite reumatoide (AR).
Lo dimostrano i risultati di uno studio osservazionale pubblicato sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases.

Razionale dello studio
“In alcune metanalisi è stato osservato che i pazienti con AR mostrano un innalzamento del rischio di IM pari al 60% e una mortalità aumentata in ragione del 70% - ricordano gli autori nell'introduzione allo studio”.

Tale rischio potrebbe essere associato a meccanismi infiammatori sottostanti. Pertanto, dal momento che l'inibizione del TNF-alfa è in grado di ridurre l'infiammazione, tale trattamento potrebbe potenzialmente influenzare anche il rischio di IM.

In letteratura sono già presenti studi che hanno suggerto una riduzione del rischio di IM a seguito del trattamento con farmaci anti-TNF, mentre altri hanno documentato rischi simili con i DMARDs convenzionali. Tali studi, però, erano viziato dal disegno a breve termine (1-2 anni).

Di qui il nuovo studio, che si è proposto di analizzare il rischio di IM a lungo termine, come pure la severità e la mortalità associate agli eventi CV.

Disegno dello studio e risultati principali
Lo studio, di natura osservazionale, ha preso in esame in dati provenienti dal registro britannico sull'impiego dei farmaci biologici della BSR (British Society of Rheumatology), nonché i dati provenienti dal “The Myocardial Ischemia National Audit Project” relativi al decennio 2001-2010.
In questo modo, i ricercatori hanno identificato 11.200 pazienti con AR, trattati con farmaci anti-TNF e 3.058 trattati solo con DMARDs come il metotressato.

I pazienti trattati con DMARDs convenzionali eranon più anziani di quelli trattati con farmaci anti-TNF (59,5 anni vs 55,6), ma presentavano un'”anzianità” di malattia inferiore (6 anni vs 11). Inoltre, i pazienti in trattamento con farmaco biologico erano frequentemente in trattamento concomitante con GC e FANS, mentre la probabilità che fossero in trattamento concomitante con statine era più ridotta.

Dopo aggiustamento dei dati in base all'età, al sesso, all'attività e alla durata di malattia, numero di DMARDs precedentemente assunti e numero di comorbilità (ipertensione, diabete, malattia polmonarare), il rischio di IM a seguito di trattamento con farmaci anti-TNF si è ridotto del 39%, rispetto a quanto osservato nei pazienti sottoposti a trattamento con DMARDs (OR=0,61; IC95%=0,41-0,89).

Non sono state rilevate, invece, differenze statisticamente significative tra i 2 gruppi di trattamento in merito alla severità o alla mortalità da IM.

Riassumendo
Nel commentare i risultati, i ricercatori hanno affermato di ritenere plausibile a livello biologico l'osservazione secondo la quale il rischio di IM è inferiore a seguito dell'impiego di farmaci che bloccano il TNF-alfa “...dal momento che questa citochina gioca un ruolo chiave nella patogenesi dell'aterosclerosi”.

“L'infiammazione, infatti – continuano – è centrale in tutti gli stadi dell'aterosclerosi,dalla funzione endoteliale alla stabilizzazione della placca e al rimodellamento post-infarto; di conseguenza, l'inibizione di TNF-alfa potrebbe influenzare l'accumulo e la progressione della placca, con conseguente riscontro di un numero inferiore di eventi di IM”.

Pertanto, a fronte di alcuni limiti intrinseci dello studio (quali la natura osservazionale in primis - che non consente di stabilire l'esistenza di relazioni causa-effetto – e la presenza di fattori confondenti non misurati, quali la dose cumulativa assunta di GC), “... il trattamento con farmaci anti-TNF per l'AR si associa ad una riduzione del rischio di IM nel medio termine rispetto ai DMARDs convenzionali – scrivono gli autori”.

“Quanto osservato – concludono - potrebbe essere dovuto, singolarmente o in combinazione,  ad un'azione diretta dell'inibizione del TNF-alfa sul processo di aterosclerosi o ad un miglior controllo della malattia”.

Sono necessari, ora, nuovi studi che, incorporando dati provenienti da altri registri, aiutino a delineare in modo più compiuto la severità e la mortalità associate all'IM in base al trattamento dei pazienti con AR.

NC

Bibliografia
Low A, et al "Relationship between exposure to tumor necrosis factor inhibitor therapy and incidence and severity of myocardial infarction in patients with rheumatoid arthritis" Ann Rheum Dis 2017; DOI:10.1136/annrheumdis-2016-209784.
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