Bifosfonati: con aderenza inferiore a 80% non assicurata riduzione rischio frattura

Solo il 12% delle donne a rischio segue correttamente una terapia anti osteoporosi. Se ne Ŕ parlato a Mantova allo Skeletal Endocrinology Meeting.

L’aderenza alle terapie prescritte è un punto cruciale e dolente nel trattamento di tutte le malattie croniche e particolarmente accentuato nella popolazione anziana sia per la presenza concomitante di altre patologie che per la necessità di assumere numerosi farmaci. 

“Ma l’osteoporosi non fa eccezione” dichiara il professor Sandro Giannini, del Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova nella sua relazione allo Skeletal Endocrinology Meeting “solo l’aderenza al trattamento è capace di garantire l’efficacia anti-fratturativa dei farmaci. In questo aiuta notevolmente l’introduzione di farmaci bifosfonati orali che prevedono un’unica somministrazione settimanale, tuttavia anche in questo caso l’aderenza rimane relativamente bassa, raggiungendo al massimo il 50% dei pazienti osservati negli studi in ‘real life’. Ovviamente la conseguenza principale è la perdita di efficacia del trattamento. È stato infatti osservato che l’effetto è rilevabile solo nei soggetti che assumono almeno il 50% del farmaco prescritto, ma per ottenere una effettiva diminuzione del rischio fratturativo i pazienti devono essere aderenti e costanti nell’assunzione per una quota di almeno l’80%”.
Diversi studi hanno indagato le ragioni della mancata aderenza alle terapie in moltissime aree terapeutiche, allo scopo di mettere in atto manovre correttive ed educazionali, va da se che non assumere correttamente un farmaco è una perdita per tutti, non solo economica ma in termini di salute globale.
“Eppure la percezione del rischio di una frattura da osteoporosi è ancora modesto” sottolinea il professor Andrea Giustina, Presidente del Gioseg e Full Professor of Endocrinology and Metabolism all’ Universita’ Vita e Salute San Raffaele di Milano “alla bassa aderenza alle terapie anti-osteoporotiche contribuiscono vari fattori come l’età, aspetti socio-economici e gli effetti collaterali delle terapie. Come clinici siamo chiamati ad agire su piu’ fronti per migliorare l’efficienza del nostro intervento ed in definitiva per ridurre il rischio di fratture osteoporotiche. Da una parte e’ nostro compito aiutare il paziente a comprendere le possibili complicanze dell’osteoporosi”. Sottovalutare il rischio ad esempio è un  comportamento che lo psicologo sociale Cass Sunstein chiama “negligenza di probabilità”, ed è la nostra incapacità di comprendere correttamente il giusto senso del pericolo  che spesso ci porta a sopravvalutare i rischi di attività relativamente innocue, mentre ci fa sottovalutare quelle più pericolose.

Tuttavia, spesso anche il clinico tende a sottovalutare il problema e quindi a non essere d’aiuto al paziente. Infatti, nelle donne con osteoporosi, che sono ben 4 milioni, la compliance al trattamento si riduce bruscamente dopo due anni di terapia e continua a diminuire nel corso di un periodo di 14 anni. (Fonte European Congress on Osteoporosis and Osteoarthritis (ECCEO)). I dati AIFA sul consumo di farmaci per l’osteoporosi in Italia parlano chiaro: solo il 24 per cento delle donne fratturate o ad alto rischio segue una terapia. E di questo 24 per cento circa la metà interrompe le cure. Questo significa che ogni 100 donne che devono prendere i farmaci perché sono ad alto rischio solo 12 lo fanno. 

“L’altro aspetto – prosegue Giustina- al quale il clinico deve porre particolare attenzione è la personalizzazione della terapia tenendo in considerazione la gravità dell’osteoporosi da una parte ma anche il profilo di rischio di essere esposti ad effetti collaterali da parte delle pazienti. In questo ambito la disponibilità di nuove formulazioni farmacologiche o di nuovi agenti terapeutici è essenziale per migliorare l’aderenza dei pazienti alle terapie e quindi l’efficacia delle stesse”.