I risultati di una rassegna sistematica di letteratura, recentemente pubblicata sulla rivista PLOS ONE (1), suggeriscono come alcuni bifosfonati (BSF) potrebbero rappresentare un’opzione di trattamento aggiuntiva per l’osteoartrite (OA).
La forza dell’evidenza dei risultati dello studio, però, per ammissione degli stessi autori, è qualitativamente limitata, e per questo necessita di conferme provenienti da ulteriori studi ad hoc che approfondiscano le tematiche relative alla posologia ottimale, al sito d’azione e agli effetti dei farmaci sulle strutture ossee.

Come è noto, l’OA rappresenta la forma più comune di artrite nel mondo ed è una delle cause principali di disabilità e dolore.

La degenerazione e la perdita della cartilagine rappresentano le principali caratteristiche patogeniche dell’OA; inoltre, la presenza di alterazioni ossee periarticolari come la sclerosi sub condrale dell’osso, i processi di assorbimento osseo, la formazione di cisti e di osteofiti giocano anch’essi un ruolo importante sulla progressione di malattia e la sintomatologia clinica.  Le riduzioni della qualità dell’osso dovute ai processi summenzionati possono avere, infatti, un’influenza negativa sulla cartilagine articolare, ragion per cui la regolazione del turnover osseo mediante farmaci anti-riassorbimento (come i BSF) potrebbe avere un razionale nel trattamento dell’OA (2).

Nel corso degli ultimi anni, alcuni studi hanno valutato un possibile impiego dei BSF nel trattamento dell’OA. Scopo della review, pertanto, è stato quello di valutarne l’efficacia  nelle varie forme di dolore osteoartritico, pesando la forza dell’evidenza scientifica alla luce dei dati pubblicati fin qui al riguardo.

L’analisi sistematica della letteratura ha portato all’identificazione di 13 studi clinici randomizzati e controllati che rispondevano ai criteri di inclusione (su un totale di 297 studi) per un totale di 3.832 pazienti.
Dei 13 studi selezionati, uno aveva selezionato pazienti con OA della mano, 8 del ginocchio, 3 del ginocchio e del rachide e uno dell’anca.

I risultati ottenuti sul totale dei pazienti hanno mostrato un’efficacia limitata dei BSF per quanto riguarda l’effetto analgesico. Alcuni studi, tuttavia, hanno documentato un vantaggio di alendronato (ALN), in termini di beneficio terapeutico, rispetto agli analgesici esistenti nei pazienti con OA dell’anca, nonché un vantaggio di ALN e zoledronato a 6 mesi nell’OA del ginocchio e dell’anca.

“E’ chiaro – afferma il dr.Nidhi Sofat, autore principale dello studio - che sono necessari ulteriori studi per determinare quali pazienti possano beneficiare al meglio di questo tipo di intervento terapeutico. L’OA – continua il dr. Sofat – è una condizione cronica a lungo termine, per cui è essenziale chiarire se l’impiego di questi farmaci possa essere tollerato nel lungo termine”.

Secondo i ricercatori, l’OA è una patologia eterogenea che varia con il tempo e ciò potrebbe rendere conto del perché nessuno degli studi condotti con BSF abbia determinato degli effetti sulle sinoviti e le lesioni a carico del midollo osseo  (BML) nel lungo termine.

A conclusione della review, gli autori raccomandano caldamente la messa a punto di nuovi studi sull’impiego di BSF nell’OA da condurre in sottogruppi chiaramente definiti di pazienti, insieme ad una robusta analisi radiografica dell’integrità della cartilagine, delle dimensioni e della composizione delle BML, delle sinoviti nonché di effettuare una valutazione dei biomarker clinici per valutare in modo più completo l’efficacia di agenti farmacologici in grado di arrestare l’insorgenza e la progressione dell’OA.

1) Davis AJ et al. Are Bisphosphonates Effective in the Treatment of Osteoarthritis Pain? A Meta-Analysis and Systematic Review. PLOS ONE 2013 Leggi

2) Nishii T et al. Alendronate treatment for hip osteoarthritis: prospective randomized 2-year trial. Clin Rheumatol DOI 10.1007/s10067-013-2338-8. (2013) Leggi