Covid-19, rischio malattia in pazienti toscani reumatologici simile a quello della popolazione generale

Ortopedia e Reumatologia

L'infezione da SARS-CoV-2 si è da subito connotata per una letalità più elevata soprattutto negli individui anziani o affetti da comorbilità importanti, soprattutto respiratorie, cardiovascolari, metaboliche (pensiamo al diabete) e oncologiche. Ma come è la situazione nei pazienti affetti da malattie sistemiche autoimmuni reumatologiche? Lo abbiamo chiesto al dott. Giacomo Emmi (Firenze), primo autore di un lavoro che ha fotografato la prevalenza dell'infezione da nuovo Coronavirus in Toscana nei pazienti affetti da malattie sistemiche autoimmunitarie, confrontando i dati ottenuti con quelli della popolazione generale residenti in questa Regione.

L’infezione da SARS-CoV-2 si è da subito connotata per una letalità più elevata soprattutto negli individui anziani o affetti da comorbilità importanti, soprattutto respiratorie, cardiovascolari, metaboliche (pensiamo al diabete) e oncologiche.

Ma come è la situazione nei pazienti affetti da malattie sistemiche autoimmuni reumatologiche? Lo abbiamo  chiesto al dott. Giacomo Emmi, Ricercatore dell' Università di Firenze, Ospedale Careggi, primo autore di un lavoro pubblicato su Autoimmunity Reviews (1) che ha fotografato la prevalenza dell’infezione da nuovo Coronavirus in Toscana nei pazienti affetti da malattie sistemiche autoimmunitarie, confrontando i dati ottenuti con quelli della popolazione generale residenti in questa Regione.

Ascolta "Covid-19, rischio malattia in pazienti toscani reumatologici simile a quello della popolazione generale" su Spreaker.

Di seguito, proponiamo alcuni stralci relativi alle informazioni più rilevanti emerse nel corso di questa intervista.

Quali pazienti reumatologici sono stati presi in considerazione nello studio?
“Lo studio – spiega il dott. Emmi, ha preso in considerazione uno spettro molto ampio di patologie, tutte quelle seguite dal nostro Centro. Si parte dalle malattie del tessuto connettivo - in particolare lupus (n=120 pazienti) - per arrivare alle vasculiti sistemiche (arteriti giganti temporali, malattia di Behcet, malattia di Churg Strauss – da 40 a 60 pazienti per ognuna di queste. Inoltre abbiamo preso in considerazione nella nostra casistica dello studio anche pazienti affetti da malattie autoinfiammatorie – Febbre mediterranea familiare, pericarditi ricorrenti  e fibrosi retroperitoneale”.

Come è stato condotto lo studio e cosa ha dimostrato?
“Sono stati selezionati 458 con malattie autoimmuni sistemiche, in maggioranza di sesso femminile (74% sul totale) e con un’età media di 56 anni (IQR: 43.68), residenti in Toscana.  Mediante intervista telefonica, è stato effettuato un confronto della prevalenza di pazienti con infezione da SARS-CoV-2 valutata mediante tampone naso-faringeo rispetto alla prevalenza rilevata nella popolazione generale residente in Toscana”.

“Di questi 458 pazienti – puntualizza Emmi - tredici hanno riferito sintomi sospetti da infezione da SARS-CoV-2. Di questi 13, 7 sono stati sottoposti a tampone naso-faringeo e, fra questi, una paziente ha sviluppato successivamente un'infezione sintomatica severa che ha richiesto anche l'ospedalizzazione”.

“Pertanto – aggiunge - dallo studio è emerso che la prevalenza di infezioni sostenute da SARS-CoV-2 era pari allo 0,22% (0,01%-1,21&), praticamente sovrapponibile alla prevalenza di infezioni da nuovo Coronavirus rilevate nella popolazione generale residente in Toscana [0,2%; 0,20-0,21; p=0,597]”.

Sono emerse differenze in base al sesso e all’età?
“Lo studio – puntualizza Emmi -  per sua natura, non ha consentito di mettere a confronto il sesso e l’età della popolazione di pazienti considerata rispetto alla popolazione di riferimento. Ciò premesso, nella nostra popolazione di pazienti, nel 2/3 dei casi si era in presenza di individui di sesso femminile (ciò anche in ragione del maggior numero di pazienti con lupus che, come è noto, è una condizione avente una prevalenza elevata nel sesso femminile)”.

“Sempre tenendo conto dei limiti del disegno del nostro studio – aggiunge - è possibile ipotizzare, comunque, che il risultato ottenuto sia dipeso anche dal fatto che l’infezione da SARS-CoV-2 nelle donne è meno letale che negli uomini e, quindi, abbia prodotto casi meno severi nella nostra popolazione di pazienti”.

Effetto dei trattamenti utilizzati
Nella casistica  considerata, il 56% dei pazienti aveva assunto corticosteroidi, il 44% DMARDcs, (23% idrossiclorochina, 5% colchicina, due farmaci attualmente sperimentati anche nel trattamento sperimentale dei pazienti con Covid-19), mentre il 22% era in trattamento con DMARDb (9% con tocilizumab, altro farmaco attualmente sperimentato nel trattamento dei pazienti con Covid-19).

“Anche in questo caso – nota Emmi - per la natura dello studio, non è possibile fare speculazioni sul ruolo del trattamento per quanto osservato, pur rilevando che molti di questi trattamenti sono attualmente sperimentati nei pazienti con Covid-19”.

Valore aggiunto dello studio
“I risultati del nostro studio – argomenta Emmi -  sembrano confermare l’ipotesi, suffragata da altre osservazioni recentemente pubblicate in letteratura (2,3) che i pazienti affetti da patologie di pertinenza reumatologica non presentano una prevalenza maggiore di infezione sostenuta da SARS-CoV-2 rispetto alla popolazione generale”.
“Un valore aggiunto del nostro studio -aggiunge - è rappresentato, indubbiamente, dalla buona numerosità del campione di pazienti considerato e dallo spettro più ampio di patologie considerate.

“Da ultimo – conclude - vorrei sottolineare che una proporzione di pazienti della nostra casistica, risultata successivamente positiva all’infezione da SARS-CoV-2 al tampone nasofaringea, mostrava attività di malattia rispetto a quelli che non avevano avuto manifestazioni compatibili con l’infezione, a suggerire che la presenza di risposta immunitaria attiva potrebbe essere associata ad una maggiore suscettibilità al contagio da SARS-CoV-2”.

“Pertanto – aggiunge Emmi - pur non avendo conferme dirette dell’efficacia protettiva delle terapie immunosoppressive, i risultati del nostro studio sembrerebbero offrire un motivo in più per non interrompere le terapie in corso per le patologie sistemiche autoimmuni in atto”.

Nicola Casella

Bibliografia
1) Emmi G et al. SARS-CoV-2 infection among patients with systemic autoimmune diseases. Autoimmunity Reviews 2020. Doi: 10.1016/j.autrev.2020.102575
Leggi

2) Favalli EG et al. Incidence and clinical course of COVID-19 in patients with connective tissue diseases: a descriptive observational analysis. The Journal of Rheumatology April 2020, jrheum.200507; DOI: 10.3899/jrheum.200507
Leggi

3) Haberman R et al. Covid-19 in Immune-Mediated Inflammatory Diseases — Case Series from New York. NEJM 2020; DOI: 10.1056/NEJMc2009567
Leggi