Giornata mondiale della fibromialgia, servono diagnosi precoci e accurate

Il 12 maggio è la giornata mondiale della Fibromialgia, una sindrome complessa che tocca corpo e anima di chi ne soffre: «Non confondiamola con il solo dolore cronico», dicono gli esperti del CReI, il Collegio Reumatologi Italiani.

L’attenzione è su di lei, la Fibromialgia, su chi la conosce da vicino, i fibromialgici e i loro cari, e su chi se ne prende cura, i reumatologi.

Tre attori con tre ruoli diversi, ma necessariamente sinergici. Perché la Fibromialgia è una sindrome multifunzionale, complessa, che riguarda il 2-4% della popolazione, circa 2 milioni di persone in Italia, in prevalenza donne. «Non confondiamola con il solo dolore cronico diffuso: questo è solo uno dei sintomi.

Del 13% di italiani, circa 8 milioni, solo il 20% di loro ha diagnosi di Fibromialgia», precisa il Segretario del CReI, Gianniantonio Cassisi, reumatologo presso l’Asl di Belluno e membro dell’Italian Expert Meeting on Fibromyalgia and Chronic Widespread Pain.

«La fibromialgia riguarda la persona nel suo complesso e inevitabilmente chi le sta vicino», continua il Presidente del CReI, Stefano Stisi, Responsabile della Reumatologia dell’Ospedale Rummo di Benevento. «Purtroppo, su questa sindrome ci sono ancora tante incomprensioni: è tuttora diffusa l’idea che si tratti di una sintomatologia che abbia a che fare con i soli disturbi del tono dell’umore e dell’ansia. Ma oggi, sappiamo bene che non è così». 

Di che si tratta? «Di una ipersensibilizzazione del sistema centrale. Può manifestarsi spesso su una base genetica, scatenata da eventi traumatici, per lo più di ordine psicologico o di incapacità di adattamento a condizioni di stressors continuati o di flogosi concomitanti o ancora - come dicono i recenti studi americani -per la maggiore permeabilità dell’intestino ai batteri nocivi introdotti con i cibi. Si manifesta oltre che con un dolore muscolare diffuso con astenia, disturbi del sonno, di ansia, dell’umore e della sfera cognitiva che minano seriamente la qualità della vita relazionale e lavorativa delle persone che ne sono affette», spiega Stisi.

Cosa si può fare affinché ci sia sempre più chiarezza su questa sindrome? «Dobbiamo diffondere più notizie su questa malattia invalidante e tuttora non ben compresa anche dai sanitari, oltre che da alcune persone che stanno vicino ai fibromialgici.

L’impegno del CReI è quello di continuare a studiarla, di fare formazione ai medici di famiglia che sono i primi che vedono i pazienti e che li indirizzano poi dallo specialista di riferimento: il reumatologo, che farà una diagnosi differenziale adeguata, valuterà eventuali comorbilità con altre patologie reumatiche che possono intercorrere insieme alla Fibromialgia, come la sindrome di Sjögren, l’artrosi… Altrimenti il rischio è ritardare la cura adeguata del paziente e procurare danni invalidanti permanenti. La diagnosi precoce è importante», sostiene il Presidente del CReI.

In una delle cinque raccomandazione del CReI per l’appropriatezza prescrittiva si legge che la cura va condivisa con il paziente. «La sola terapia farmacologica come dicono i dati è efficace, ma da sola questa potrebbe non essere sufficiente. Il primo atto terapeutico di noi medici è l’empatia e la comprensione del dolore del paziente, mentre quello del paziente è la responsabilità nel processo di cura di sé.

Chi soffre di questa sindrome ha a disposizione diversi strumenti, tra cui le terapie non farmacologiche, come l’attività fisica aerobica, la balneoterapia, la terapia cognitivo-comportamentale, il Tai Chi, o la SPA, o il Pilates…o le tecniche mind-body. Condividere la cura con il paziente è fondamentale, perché gli insegniamo quanto si può fare insieme, responsabilizzando così noi medici e i malati», suggerisce il segretario del CReI, Gianniantonio Cassisi. La cura, insomma, riguarda ogni attore coinvolto e richiede costanza e attenzioni da parte di tutti.