Sono stati presentati da AstraZeneca e Ardea Biosciences, nel corso del congresso annuale dell’American College of Rheumatology, appena conclusosi a San Diego, i risultati di un ampio studio osservazionale sull’impiego di allopurinolo, un trattamento di comune impiego per abbassare i livelli di acido urico in pazienti gottosi. I risultati ottenuti hanno suffragato le osservazioni già presenti in letteratura, confermando come il farmaco, utilizzato nel modo corrente, non consenta a tutti i pazienti gottosi di raggiungere i livelli target di uricemia (sUA) raccomandati dalle Linee Guida ACR ed EULAR.

Come è noto, la gotta rappresenta la forma più comune di artrite infiammatoria, erroneamente considerata, secondo il senso comune, come una malattia legata allo stile di vita. Mentre la dieta può contribuire ad innalzare i livelli di acido urico, quest’ultimo è prodotto in gran parte a seguito di processi fisiologici dell’organismo, per cui la gotta è molto spesso causata da un’escrezione renale inefficiente di acido urico.
Nei pazienti gottosi, elevati livelli anomali di acido urico (iperuricemia) portano alla deposizione di cristalli aghiformi a livello delle articolazioni e dei tessuti molli dell’organismo, causando infiammazione. Si ha iperuricemia quando i reni non rimuovono in maniera efficiente acido urico, o in presenza di sovrapproduzione dello stesso.

La genetica gioca un ruolo significativo sul rischio individuale di sviluppare la gotta. Il sintomo più comune della gotta è rappresentato dallo sviluppo di un’artrite estremamente dolorosa. Nel tempo, i depositi di cristalli di acido urico possono portare a danno articolare, tophi e peggioramento della qualità della vita. Inoltre, la gotta è stata associata a seri problemi di salute, quali le malattie CV, il diabete e il danno renale.

Allopurinolo, il trattamento ipouricemizzante di più comune impiego nella gotta, è un trattamento ormai genericato disponibile da più di 50 anni. Chimicamente è un inibitore della xantina-ossidasi, una classe di farmaci aventi lo scopo di ridurre la produzione di acido urico nell’organismo, e il suo impiego è raccomandato a dosaggi compresi tra 100 mg e 900 mg/die, in relazione alla severità di malattia.
Lo studio in questione, noto con l’acronimo LASSO (Long-term Allopurinol Safety Study evaluating Outcomes in gout patients) era uno studio osservazionale prospettico internazionale, “in aperto”, della durata di 6 mesi, che aveva incluso 1.735 pazienti affetti da gotta ed era stato disegnato allo scopo di valutare la sicurezza e l’efficacia di dosi medicalmente appropriate del farmaco.

I risultati dello studio non hanno documentato l’emersione di nuovi segnali di safety con dosi di allopurinolo approssimativamente pari a 300 mg/die. Lo studio ha mostrato anche che al momento di assunzione dell’ultima dose del farmaco, meno della metà (43%) dei pazienti in trattamento con allopurinolo ha raggiunto i livelli di sUA <6 mg/dL raccomandati dalla Linee Guida ACR ed EULAR.

Lo studio LASSO ha incoraggiato i ricercatori a titolare la dose di allopurinolo oltre i 6 mesi dello studio ad una dose appropriata. E’ stato documentato un tasso elevato di adesione alla terapia (97% per tutte le dose sperimentate) e la dose utilizzata più frequentemente è stata quella di 300 mg. Circa il 45% dei pazienti ha concluso il trattamento con allopurinolo con la stessa dose di partenza. Anche in questo caso, comunque, i risultati hanno mostrato che tra i pazienti sottoposti a titolazione del farmaco a dosaggi superiori alla dose comunemente utilizzata di 300 mg/die, solo il 54% ha raggiunto i livelli di sUA <6 mg/dl raccomandati.

“Questi dati – concludono gli autori – consistenti con quanto pubblicato in letteratura, riflettono la situazione osservata “nel mondo reale” anziché in quello ideale dei trial clinici, secondo la quale una proporzione significativa di pazienti non riesce a raggiungere i target raccomandati di sUA con allopurinolo”.

Baumgartner S et al. Abstract 1189: Allopurinol Dose Titration and Efficacy: A Large-Scale, 6-Month, Multicenter, Prospective Study. Presented at: the 2013 American College of Rheumatology Annual Meeting; Oct. 26-30, San Diego