Gotta e funzione renale, una relazione pericolosa

I pazienti con iperuricemia e nefropatia cronica che raggiungono il loro target di uricemia (sUA), vanno incontro a miglioramento più significativo della funzione renale (tasso di filtrazione glomerulare stimato - eGFR) rispetto ai pazienti che permangono nella condizione di iperuricemia. Queste le conclusioni di uno studio presentato nel corso del congresso ACR.

I pazienti con iperuricemia e nefropatia cronica che raggiungono il loro target di uricemia (sUA), vanno incontro a miglioramento più significativo della funzione renale (tasso di filtrazione glomerulare stimato – eGFR) rispetto ai pazienti che permangono nella condizione di iperuricemia.
Queste le conclusioni di uno studio presentato nel corso dell'edizione annuale del congresso ACR (American College of Rheumatology) che suggeriscono di sottoporre a test per acido urico i pazienti con nefropatia cronica, indipendentemente dalla presenza o meno di gotta.

Razionale dello studio
Perchè è difficile trattare pazienti gottosi con alterazioni della funzione renale? 
Perchè l'iperuricemia è fortemente associata con il rischio di nefropatia e perchè la presenza di alterazioni della funzione renale è riconosciuta come un fattore di rischio di gotta.
Livelli di acido urico nel sangue (sUA) >8,5 mg/dL si associano ad un incremento pari ad 8 volte del rischio di insufficienza renale rispetto a livelli inferiori, compresi tra 5 e 6,4 mg/dL – ricordano gli autori - . Inoltre, più del 70% dei pazienti gottosi si caratterizza per la presenza di alterazioni della funzione renale.
Lo studio si è proposto un duplice obiettivo: quello di determinare l'efficacia della terapia ipouricemizzante sulla funzione renale in pazienti nefropatici cronici quando i pazienti raggiungono il target di sUA (<6 mg/dl).

Disegno dello studio e risultati principali
I ricercatori hanno preso in considerazione un totale di 12.751 pazienti, i cui dati clinici erano inclusi in un database integrato amministrativo USA di erogazione di prestazioni sanitarie nel periodo 2008-2014.
Questi erano affetti da nefropatia cronica e presentavano livelli di sUA>7 mg/dL. Sul totale dei pazienti inclusi nello studio, 2.690 erano stati sottoposti a terapia ipouricemizzante e il 42% del campione aveva raggiunto il target di uricemia (
Il campione non includeva al suo interno pazienti sottoposti a terapia antitumorale o quelli in dialisi o sottoposti a trapianto renale. Inoltre, il protocollo dello studio prevedeva che, al tempo del reclutamento, i partecipanti alla sperimentazione clinica non fossero stati sottoposti a trattamento ipouricemizzante pregresso mentre richiedeva che i pazienti inclusi fossero affetti da nefropatia cronica allo stadio 2-4.
I risultati hanno mostrato che, tra i partecipanti allo studio che avevano iniziato una terapia ipouricemizzante e che avevano raggiunto il target entro un anno, il 17,1% di questi aveva sperimentato un miglioramento uguale o superiore del 30% del valore di eGFR rispetto al 10,4% di quelli che non avevano raggiunto il target di sUA prefissato, per una differenza pari al 6,7% (IC95%= 4-9,4; p<0,001).
Non solo: i benefici derivanti dal raggiungimento del target di sUA sul valore di eGFR sono stati documentati anche nei diversi stati di nefropatia cronica considerati.
Nello specifico, in corrispondenza dello stadio 2, la proporzione di pazienti con un miglioramento di eGFR uguale o >30% è stata pari al 7,1% tra coloro che avevano raggiunto il target di sUA rispetto al 3,3% di quelli che non avevano soddisfatto il raggiungimento del target, per una differenza pari a 3,8% (IC95%= 0,7-7; p=0,015).
Ancor più rilevanti sono stati i benefici della terapia ipouricemizzante sulla funzione renale nei pazienti con nefropatia cronica allo stadio 3: 19,9% vs 10%, per una differenza pari al 9,9%  (IC95%= 6,1-13,6, P<0,001).

Nello stadio 4, invece, le percentuali rispettive sono state del 30% vs 22,2 (differenza non statisticamente significativa).
Infine, l'odd ratio del miglioramento della funzione renale tra i pazienti che avevano sperimentato un miglioramento uguale o superiore al 30% del valore di eGFR e tra quelli nei quali l'eGFR non era peggiorato, è risultato pari a 2,86 nei pazienti con nefropatia cronica allo stadio 2 che avevano raggiunto il target di sUA (3,89 in quelli con nefropatia cronica allo stadio 3).
Nei pazienti con nefropatia cronica allo stadio 4, invece, il miglioramento osservato negli stadi precedenti (in termini di odd ratio) non è stato replicato, probabilmente perchè il deterioramento della funzione renale associato a questo stadio è praticamente irreversibile.

Riassumendo
I risultati di questo studio suggeriscono che i pazienti che raggiungono valori target di sUA inferiori a 6 mg/dL, mediante terapia ipouricemizzante, presentano tassi più elevati di miglioramento di eGFR. Tale effetto si conserva lungo i vari stadi di progressione della nefropatia cronica, risultato, però, più evidente, in termini di significatività statistica, soprattutto nei pazienti con nefropatia cronica allo stadio 3.
NC

Bibliografia 
Levy G, et al "Urate lowering therapy in moderate to severe chronic kidney disease" ACR 2016; Abstract 912. 
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