Gotta, trattamento con allopurinolo legato a rischio meno elevato di fibrillazione atriale

L'impiego di allopurinolo è associato ad una riduzione del rischio di incidenza di fibrillazione atriale in pazienti gottosi anziani, soprattutto se il suo utilizzo supera i 6 mesi. Questo il verdetto di uno studio osservazionale pubblicato sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases.

L'impiego di allopurinolo è associato ad una riduzione del rischio di incidenza di fibrillazione atriale in pazienti gottosi anziani, soprattutto se il suo utilizzo supera i 6 mesi.
Questo il verdetto di uno studio osservazionale pubblicato sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases (1).

E' noto, in letteratura, come i pazienti gottosi, rispetto ai pazienti affetti da osteoartrosi (OA), si caratterizzerebbero per un modesto incremento (dal 13% al 21%) del rischio di sviluppo di fibrillazione atriale (FA) (2). L'incremento del rischio suddetto è probabilmente sostenuto dall'infiammazione sistemica in combinazione con l'iperuricemia, fattori patogenetici noti nell'insorgenza di gotta e suggeriscono come il trattamento per questa condizione potrebbe essere utile anche nella prevenzione primaria e secondaria di FA.

L’allopurinolo, ampiamente utilizzato nella pratica clinica per prevenire la gotta, riduce la formazione di acido urico (UA) attraverso l'inibizione della xantina ossidasi (XO).

Non solo: allopurinolo può anche avere effetti indipendenti dalla pressione arteriosa e dai livelli sierici di acido urico sul sistema vascolare, tra i quali, rispettivamente, la regressione dell'ipertrofia ventricolare sinistra e una migliorata funzione endoteliale. Questi benefici possono essere in parte attribuibili a una riduzione dello stress ossidativo causato dall'attività della XO (3).

Obiettivo del nuovo studio è stato quello di approfondire la conoscenza degli effetti di allopurinolo sulla FA, utilizzando, come fonte di dati per le analisi di associazione, quelli relativi ad un campione random di pazienti proveniente dal sistema Medicare USA, deputato all'erogazione di prestazioni sanitarie in soggetti ultra65enni o responder a particolari criteri restrittivi.

I pazienti inclusi nello studio erano tutti ultra65enni, avevano una storia di nuova esposizione ad allopurinolo dopo almeno un anno di assenza, e un outcome primario di incidenza di FA.

Su 8.569 pazienti beneficiari del programma Medicare, si sono avute 9,244 nuove prescrizioni di allopurinolo durante il periodo in studio.La FA si è manifestata, nel corso del follow-up, dopo 1.366 esposizioni ad allopurinolo (14,8%), in particolare nei soggetti in età meno avanzata, di etnia Caucasica e affetti da più comorbidità (come indicato dallo score Charlson-Romano sensibilmente più elevato.

I risultati dell'analisi multivariata hanno mostrato, invece, una riduzione del 17% del rischio di incidenza di FA nei pazienti trattati con allopurinolo (HR=0,83; IC95%= 0,74-0,93). Non solo, tra quelli che avevano assunto il farmaco per più di 2 anni, la riduzione del rischio è stata superiore (35%).

I fattori che, all'analisi multivariata, sono risultati associati ad una maggiore probabilità di sviluppo di FA sono stati l'età (con un HR pari, rispettivamente, a 1,43 nei pazienti di età compresa tra i 75 e gli 85 anni, e a 2,04 per quelli ultra85enni), un punteggio Charlson-Romano più elevato (HR= 1,09 per variazione unitaria) e l'impiego di farmaci beta-bloccanti (HR= 1,60).

L'impiego di allopurinolo per almeno 6 mesi è risultato associati ad un rischio di FA più basso (HR= 0,85; IC95%= 0,73-0,99; p=0,03), mentre il suo impiego per un lasso di tempo inferiore a 6 mesi non ha avuto alcun effetto sul rischio di FA (HR= 0,92; IC95%=0,78-1,09, P=0,32).

Un'analisi di sensitività, corretta in base ad alcune comorbidità note come la coronaropatia, la malattia periferica vascolare e l'ipertensione piuttosto che in base al punteggio Charlson-Romano, ha documentato riduzioni dell'incidenza di FA paragonabili a quelle ottenute all'analisi primaria.

Infine, analisi per sottogruppi hanno mostrato come la riduzione del rischio di FA fosse più pronunciata nei pazienti ultra85enni, di sesso femminile e di etnia Caucasica.

Nel complesso, i risultati dello studio suffragano un effetto cardioprotettivo potenziale di allopurinolo, in termini di miglioramento degli outcome di infarto del miocardio, insufficienza cardiaca e di mortalità.

Resta da chiarire, pertanto, quale sottopopolazione di pazienti anziani potrebbe avere il miglior rapporto rischio beneficio da questo approccio di trattamento.
E' necessario, inoltre, condurre al più presto un trial randomizzato che, a differenza degli studi osservazionali, come quello discusso, possa essere in grado di stabilire l'esistenza di una relazione causa-effetto  tra l'impiego di allopurinolo e il rischio di FA.

NC

Bibliografia
1. Singh J, Yu S "Allopurinol and the risk of atrial fibrillation in the elderly: a study using Medicare data" Ann Rheum Dis 2016; DOI: 10.1136/annrheumdis-2015-209008.
Leggi
2. https://www.pharmastar.it/?cat=24&id=19352

3. https://www.pharmastar.it/index.html?cat=search&id=20476