Ipofosfatemia legata all'X: un rachitismo raro ed ereditario. Al via campagna di sensibilizzazione O.Ma.R

Parlare di malattie rare significa parlare di malattie che colpiscono un ristretto numero di persone, ma vuol dire anche avere a che fare con una varietą di condizioni straordinariamente grande, dato che sono pił di 7.000 quelle attualmente identificate.

Parlare di malattie rare significa parlare di malattie che colpiscono un ristretto numero di persone, ma vuol dire anche avere a che fare con una varietà di condizioni straordinariamente grande, dato che sono più di 7.000 quelle attualmente identificate.

In un così vasto 'universo' di patologie, in gran parte estremamente gravi, può verificarsi che alcune di queste, non comportando esiti fatali, vengano ampiamente sottovalutate sia nell'ambito dell'immaginario pubblico, sia all'interno dell'ambiente medico. L'ipofosfatemia legata all'X (XLH), è proprio una di queste patologie, e dato che parliamo di una forma rara di rachitismo, allora la problematica diventa ancora più grande, perché alla sottovalutazione si aggiunge la scarsa conoscenza della malattia.

Il principale problema che accomuna le malattie rare, infatti, è la mancanza di informazioni che, essendo alla base di gravi ritardi diagnostici (in molti casi di una vera e propria assenza di diagnosi), ostacola l'ottimale gestione terapeutica dei pazienti. Contrastare questa tendenza negativa, questa diffusa mancanza di conoscenza, è l'obiettivo chiave su cui si basa l'intera attività della testata giornalistica Osservatorio Malattie Rare (O.Ma.R.), da 8 anni impegnata ad attirare l'attenzione su patologie, e pazienti, che di attenzione hanno un immenso bisogno.

E' in questo preciso contesto che si inserisce la campagna di sensibilizzazione #rachitismoXLH, che O.Ma.R. ha deciso di lanciare per accendere i riflettori sull'ipofosfatemia legata all'X, una malattia che, seppur rara (ha un’incidenza di 1 caso su 20.000), rappresenta la più diffusa forma di rachitismo di origine genetica. Nota anche come rachitismo ipofosfatemico legato all'X, la XLH è patologia ereditaria legata al cromosoma X ed è dovuta a mutazioni inattivanti nel gene PHEX. Questo gene codifica per una proteina che si pensa abbia un ruolo importante nel processo di mineralizzazione delle ossa e della dentina, e nel meccanismo di riassorbimento renale del fosfato. Per questo motivo, le manifestazioni principali della malattia comprendono ossa deboli, sottili e incurvate (rachitismo), anomalie e dolori articolari, deformità agli arti inferiori (ginocchia valghe o vare) e bassa statura. Sono particolarmente frequenti anche i problemi odontoiatrici, quali eruzione tardiva dei denti, anomalie dello smalto e tendenza allo sviluppo di ascessi. I primi segni e sintomi della malattia compaiono, in genere, attorno al primo o secondo anno di vita e, se non trattati, tendono a peggiorare nel tempo. Nell'adulto, il rachitismo evolve in una condizione definita come “osteomalacia”, che comporta una riduzione della densità ossea con conseguenti fragilità scheletriche, rischio di fratture e processi degenerativi a carico delle articolazioni.

Negli Stati Uniti, dal 5 al 7 ottobre di quest'anno, si sono svolte tre giornate d'incontro dedicate alla patologia. Il meeting, dal titolo XLH Weekend, ha avuto luogo nella città di Baltimora (Maryland) ed è stato organizzato dall'associazione americana XLH Network. Prendendo spunto dall'evento, Osservatorio Malattie Rare ha volutamente scelto il mese di ottobre per lanciare, in Italia, la propria iniziativa a favore dell'ipofosfatemia legata all'X.

La campagna di sensibilizzazione #rachitismoXLH consiste in una serie di interviste a pazienti, medici e rappresentanti di associazioni, che sono state pubblicate, da ottobre a dicembre, sul sito web di O.Ma.R. con l'obiettivo di promuovere una maggior consapevolezza della XLH, delle problematiche di salute che comporta e del pesante impatto che questa malattia ha sulla qualità di vita di chi ne è affetto.

A spiegare cosa significhi convivere con l'ipofosfatemia legata all'X sono stati, in primo luogo, i pazienti. Pazienti come Chiara (nome di fantasia), affetta dalla patologia insieme ad altri suoi parenti e a due dei suoi tre figli. “Purtroppo, la terapia farmacologica ho potuto iniziarla soltanto da adulta, dopo aver ricevuto la diagnosi definitiva di XLH”, racconta la donna. “Per lungo tempo, sono andata avanti solo portando scarpe e plantari ortopedici, oltre a stecche ortopediche per le gambe, da tenere per tutta la notte. Questo fino a quando non ho trovato un primario competente in materia, che appena mi ha visitato ha capito che dovevo essere operata. Ho subìto un intervento in cui mi sono state inserite delle placche interne alle ginocchia, in modo tale che crescendo si raddrizzassero le gambe. Le placche le ho tenute per 8 anni, poi ho dovuto rimuoverle perché mi provocavano dolori insopportabili alle ginocchia”. A differenza di Chiara, i suoi due figli nati con la XLH sono stati diagnosticati precocemente, e hanno potuto iniziare il trattamento fin da piccoli. “Su Francesco (nome di fantasia) la terapia è riuscita a fare effetto”, spiega la madre. “Abbiamo prevenuto il varismo alle gambe e siamo riusciti ad evitare la necessità di interventi chirurgici correttivi, la cosa che a me premeva di più, perché so cosa una persona deve patire tra l'operazione e la riabilitazione. Per quanto riguarda Paolo (nome di fantasia), invece, è ancora troppo presto per giudicare gli effetti del trattamento”.

A raccontare la propria storia è stato anche Rexhep Uka, originario dell'Albania. All'età di 5 anni, si è dovuto trasferire in Italia, insieme alla sua famiglia, per riuscire ad ottenere la diagnosi di XLH, arrivata grazie agli esperti dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Trent'anni fa, la malattia era praticamente sconosciuta”, ricorda il giovane, che oggi lavora come ricercatore nel campo dei tumori. “Bisogna educare i genitori a riconoscere i sintomi e a far riferimento, fin dai primi anni di età, a centri specializzati, per gestire da subito la patologia”.

A chiarire gli aspetti della malattia, invece, sono stati gli esperti. La prof.ssa Giovanna Weber, dell’Università Vita-Salute San Raffaele (Milano), oltre a spiegare cosa sia l'ipofosfatemia legata all'X, ha illustrato il modo in cui si effettua e conferma la diagnosi della patologia, un aspetto per nulla scontato, “perché la XLH è una malattia rara e può essere misconosciuta o scambiata per un rachitismo da carenza da vitamina D”, sottolinea la specialista. La prof.ssa Weber ha inoltre fornito una panoramica dei trattamenti attualmente disponibili, volgendo lo sguardo verso le nuove prospettive terapeutiche.

Quest'ultimo argomento è stato affrontato in maniera più specifica dal prof. Sandro Giannini, del Centro Regionale Specializzato per l’Osteoporosi, Clinica Medica 1 dell'Università di Padova, che ha parlato della proteina FGF23 (fibroblast growth factor 23, fattore di crescita fibroblastico 23), del suo ruolo nel processo patologico che caratterizza la XLH e della sua importanza quale nuovo bersaglio terapeutico.

Non sono mancate, infine, le interviste ai rappresentati delle associazioni. Innanzitutto, O.Ma.R. ha parlato della nascita, in Italia, della nuova associazione AIFOSF, sorta a luglio di quest'anno, tra le mura dell'A.O.U. Careggi di Firenze, con l'obiettivo di diventare il punto di riferimento per i pazienti affetti da rari disordini del metabolismo del fosfato. Appoggiata da un Comitato Scientifico di tutto rispetto, che include alcuni tra i maggiori esperti italiani di queste patologie, come la prof.ssa Maria Luisa Brandi (Firenze), il prof. Francesco Emma (Roma) e lo stesso prof. Giannini, la neonata Onlus è già presente in internet con il proprio sito web.

Prima ancora della nascita di AIFOSF, per i pazienti italiani con XLH era già attivo in rete il gruppo Facebook "MALATTIE RARE: Rachitismo vitamina D resistente; Ipofosfatemia legata all'X". Costituitosi a novembre del 2009, conta ad oggi ben 333 membri ed è gestito da Micaela Terenzi e Cristina Greco. “Sono venuta a conoscenza di questo gruppo Facebook diversi anni fa, mentre stavo cercando online un'associazione che potesse aiutarmi a conoscere e gestire meglio la XLH, malattia da cui sono affetta”, spiega Terenzi, l'attuale amministratrice. “Nel nostro piccolo, ci siamo sempre impegnati nel cercare di mettere in contatto i membri che ce lo richiedevano con medici esperti, endocrinologi, ortopedici e fisiatri. Il problema principale è che c'è poca informazione, sia a livello generale che in campo medico”, conclude la donna. “All'interno del nostro gruppo possiamo scambiarci dubbi e perplessità: ognuno di noi ha la sua storia, ma andiamo avanti insieme. Mi auguro che, in un futuro non troppo lontano, venga fondato un centro specializzato dedicato alla XLH. Nel frattempo, noi pazienti siamo qua, pronti a farci forza l'uno con l'altro”.