Lupus e microbioma intestinale: le relazioni pericolose

Stando ai risultati di uno studio di recente pubblicazione su Annals of the Rheumatic Diseases, esisterebbe una fortissima associazione tra l'insorgenza di lupus e la presenza di quadri di forte alterazione della composizione della flora batterica intestinale. Se confermati, i risultati di questo studio aprono la strada alla possibilitą di manipolazione del microbiota intestinale per scongiurare l'insorgenza di malattia.

Stando ai risultati di uno studio di recente pubblicazione su Annals of the Rheumatic Diseases, esisterebbe una fortissima associazione tra l’insorgenza di lupus e la presenza di quadri di forte alterazione della composizione della flora batterica intestinale. Se confermati, i risultati di questo studio aprono la strada alla possibilità di manipolazione del microbiota intestinale per scongiurare l’insorgenza di malattia.

Razionale e disegno dello studio
L’esistenza di un’associazione tra gli squilibri della flora batterica intestinale e alcune malattie immuno-mediate non è una novità assoluta, essendo già stata documentata per le malattie infiammatorie gastro-intestinali, le artriti e alcune neoplasie.

Quanto al lupus, osservazioni precedenti di letteratura avevano documentato in questi pazienti una ridotta diversità della flora batterica intestinale anche se, fino ad ora, non era stata fatta una caratterizzazione delle variazioni del microbiota intestinale in relazione all’attività di malattia lupica.

L’obiettivo di questo studio è stato, pertanto, quello di identificare gli agenti trasmissibili coinvolti nella patogenesi del LES, al fine di chiarirne il ruolo, in relazione con l’immunità dell’ospite.

A tal scopo, i ricercatori hanno analizzato il microbiota fecale proveniente da 61 pazienti di sesso femminile affette da lupus e quello di 17 donne in apparente stato di salute. Le pazienti mostravano un’eterogeneità elevata di coinvolgimento d’organi come pure di attività di malattia (erano presenti, nello stesso campione, da pazienti in remissione clinica fino a pazienti con attività di malattia molto elevata). La quantificazione dell’attività di malattia era effettuata in base all’indice SLEDAI.

Risultati principali
La peculiarità di questo studio risiede nell’eleganza del processo step-by-step seguito dai ricercatori per arrivare al risultato finale.

Va tenuta presente, inoltre, la complessità del processo di determinazione delle specie batteriche associate a presenza di lupus e la loro fluttuazione in relazione all’attività di malattia.

Il microbioma intestinale umano è, fondamentalmente, dominato da 4 phyla batterici – Firmicutes, Bacteroidetes, Actinobacteria e Proteobacteria – con migliaia di specie differenti e un numero inimmaginabile di ceppi in relazione dinamica complessa all’interno di comunità individuali di batteri intestinali commensali.

Su questi presupposti di partenza, i ricercatori sono stati in grado, inizialmente, di osservare che le pazienti lupiche mostravano dei pattern caratteristici di diversità microbica intestinale che andavano in parallelo con l’attività di malattia.

A livello di specie, è emerso che le pazienti con LES presentavano livelli 5 volte più elevati di un batterio anaerobico Gram-positivo appartenente al phylum Firmicutes e alla famiglia della Lachnospiraceae, identificato come Ruminococcus gnavus (RG).

Al contempo, i ricercatori hanno osservato che a livelli più elevati di RG corrispondeva una riduzione dei livelli di un altro batterio, Bacteroides uniformis, antagonista del primo.

E’ stato, poi, successivamente dimostrato che le pazienti con LES sistemico mostravano segni e sintomi di alterazione della barriera intestinale, con conseguente esposizione del sistema immunitario ai batteri commensali dell’intestino. Non solo: le espansioni intestinali di RG erano direttamente proporzionali all’attività di malattia complessiva, risultando più pronunciate nelle pazienti lupiche affette da nefrite.

Le implicazioni dello studio…e alcune ipotesi da verificare
Nel commentare i risultati, i ricercatori hanno affermato come il loro studio suggerisca che, in alcune pazienti, la presenza di squilibri nella composizione della flora batterica intestinale possa rappresentare un fattore trainante nella patogenesi del lupus e delle riacutizzazioni di malattia.

“I risultati – continuano – individuano anche nei frammenti batterici in grado di attraversare la parete intestinale il fattore trigger in grado di scatenare la risposta degli anticorpi legati al lupus”.

Passando alle conseguenze più pratiche derivanti dalla lettura dei risultati di questo studio, i ricercatori ipotizzano la messa a punto di test ematici relativamente semplici in grado di individuare gli anticorpi ai frammenti batterici permeabili alla parete intestinale. Questi, a loro volta, potrebbero essere utilizzati anche per diagnosticare e tracciare la progressione del lupus e la risposta alla terapia, sin dai primi stadi di malattia. I test attuali, infatti, non sono in grado di offrire risultati conclusivi e si affidano a segni e sintomi che si palesano dopo che la malattia è già giunta in uno stadio avanzata.

Pur invitando alla cautela nell’interpretazione dei risultati (anche alla luce della natura osservazionale dello studio, che consente di individuare solo la casualità e non la causalità dell’associazione lupus-microbioma, i ricercatori si ritengono sicuri del fatto che, se saranno confermati, porteranno ad un cambiamento degli approcci attuali al trattamento di questa patologia, che attualmente si focalizza sull’impiego di farmaci immuno-soppressori mutuati dall’oncologia per alleviare la sintomatologia e il danno renale.

Un’eventuale validazione dei risultati di questo studio, infatti, secondo il pensiero degli autori dello studio, porterebbe a considerare alcuni trattamenti attuali come dannosi, se in grado di invalidare le difese immunitarie complessive contro le infezioni.

Di qui la possibilità da loro suggerita di considerare l’aggiunta di trattamenti a base di probiotici o la messa a punto di regimi alimentari in grado di arrestare la crescita di RG e di prevenire le riacutizzazioni di malattia, fino ad arrivare alla possibilità di esplorare l’opportunità di ricorrere al trapianto fecale da individui sani.

Da ultimo, i ricercatori non escludono anche la possibilità di prendere in considerazione l’esplorazione di futuri trattamenti finalizzati a promuovere la crescita di B. uniformis, (antagonista a RG), la cui numerosità si riduce, come è noto, di ben 4 volte nei pazienti lupici rispetto ai soggetti non affetti da malattia.

NC

Bibliografia
Azzouz D et al. Lupus nephritis is linked to disease-activity associated expansions and immunity to a gut commensal. ARD 2019;
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