Un recente studio italiano pubblicato online ahead of print sulla rivista Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism (1) fornisce nuove evidenze a favore di un nuovo razionale terapeutico  per la terapia dell’OP. basato sul disaccoppiamento degli effetti benefici e ampiamente documentati dei BSF anti-riassorbimento osseo dall’incremento precoce dei livelli di sclerostina (osservato a seguito del trattamento con uno essi), che sarebbe in grado di rallentare il processo di neoformazione ossea.

Tale razionale terapeutico potrebbe concretizzarsi, in un prossimo futuro, nell’allestimento di una terapia di combinazione che associ i BSF con molecole in grado di inibire la sclerostina, con indubbi vantaggi in termini di efficacia.

E’ noto come zoledronato sia l’aminobifosfonato di terza generazione più potente, con un’enorme mole di dati che ne suffragano l’efficacia nell’OP post-menopausale. Come tutti i BSF, il farmaco esplica la sua azione contro l’OP migliorando la densità minerale ossea soprattutto mediante l’inibizione dei processi di riassorbimento osseo.
Sclerostina, invece, è un inibitore circolante di una via metabolica, prodotto dagli osteociti, che si comporta come inibitore dei processi di formazione ossea.

L’assenza di studi sull’effetto dei BSF sui livelli ematici di sclerostina nell’OP post-menopausale ha indotto i ricercatori a mettere a punto un nuovo studio con l’obiettivo di verificare un possibile ruolo dei livelli di sclerostina sul processo di neoformazione ossea a seguito della somministrazione del BSF.

A tal scopo, gli autori dello studio hanno reclutato 40 donne in post-menopausa, aventi un’età media di 62,9 anni, che sono state randomizzate, secondo un rapporto di randomizzazione 1:1, al trattamento con una infusione endovena di 5 mg di zoledronato o con placebo.

Le principali misure di outcome erano sostanzialmente tre: livelli ematici di sclerostina , di fosfatasi alcalina specifica per l’osso (BSAP – un marker di neoformazione ossea) e di telopeptide di tipo C del collagene di tipo 1 (CTX – un marker di riassorbimento osseo), registrate all’inizio dello studio e dopo, rispettivamente, 2,7, 30 e 360 giorni dall’assunzione del BSF o di placebo.

I risultati hanno documentato, nei pazienti in trattamento con il BSF, un incremento precoce dei livelli di sclerostina già a due giorni dal trattamento. Dopo aver raggiunto il picco a 7 giorni, i livelli di sclerostina declinano a 30 giorni, per tornare a livelli basali a 360 giorni dal trattamento.

Quanti ai marker di metabolismo osseo, è stata documentata l’esistenza di una correlazione negativa tra i livelli di CTX e BSAP con i livello di sclerostina, mentre non vi sono state differenze di livello dei 3 parametri nel gruppo placebo.

Ciò dimostra, pertanto, che il BSF utilizzato nello studio aumenta i livelli ematici di sclerostina e che tale proteina potrebbe avere un ruolo nell’accoppiare i processi di riassorbimento a quello di formazione ossea.

La ricerca di molecole aventi come bersaglio terapeutico la sclerostina è già in fase piuttosto avanzata: UCB ed Amgen hanno recentemente avviato un trial clinico di fase III sull’impiego di un anticorpo in grado di legarsi ed inibire la sclerostina nel trattamento dell’OP post-menopausale e si ritiene che i risultati iniziali di questo studio possano essere disponibili alla fine del 2015 (2)

Catalano A. et al. Zoledronic Acid Acutely Increases Sclerostin Serum Levels in Women with Postmenopausal Osteoporosis. The Journal of Clinical Endocrinology &     Metabolism April 17, 2013 jc.2012-4039       
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