Osteoporosi, secondo ciclo trattamento romosozumab efficace e sicuro in fase 2

Il ricorso ad un secondo ciclo di trattamento con romosozumab è in grado di determinare un incremento significativo della densità minerale ossea (BMD) di entità paragonabile a quanto osservato con un primo ciclo di trattamento con lo stesso farmaco, senza impattare negativamente sulla safety. Lo studio presentato in occasione di ENDO 2017.

Con un comunicato stampa, Amgen e UCB hanno reso noti i risultati relativi al quarto anno di uno studio di fase 2 sull'efficacia e la sicurezza di un secondo ciclo di trattamento con romosozumab, un farmaco sperimentale per donne con osteoporosi post-menopausale, attualmente inserito in un programma di sviluppo clinico.

In questo studio, presentato nel corso dell'edizione annuale del congresso ENDO, in corso ad Orlando, in Florida (USA), è emerso come un secondo ciclo di trattamento con romosozumab sia stato in grado di determinare un incremento significativo della densità minerale ossea (BMD) di entità paragonabile a quanto osservato con un primo ciclo di trattamento, senza impattare negativamente sulla safety.

Informazioni su romosozumab
Romosozumab (AMG 785/CDP7851), primo anticorpo monoclonale anti-sclerostina, frutto della ricerca congiunta Amgen e UCB, è un farmaco in grado di aumentare la formazione ossea inibendo l’attività osteoblastica indotta dagli osteociti. Si somministra per via sottocutanea con una sola somministrazione al mese.
La sclerostina è una una glicoproteina codificata dal gene SOST e secreta dagli osteociti che ha il compito di inibire l’attività degli osteoblasti, le cellule deputate alla produzione di osso. Bloccare la sclerostina è come togliere il freno alla produzione di osso che perciò aumenta.

Pazienti con un deficit genetico di sclerostina o con delezione del gene SOST –che codifica per la sclerostina- hanno un'elevata massa ossea e un'aumentata forza ossea che si traduce in resistenza alle fratture. L’espressione del gene SOST è limitata al tessuto scheletrico e ciò rende l'inibizione della sclerostina un target farmacologico particolarmente attraente nell'ottica di limitare i potenziali effetti off-target del farmaco inibitore.

A luglio dello scorso anno, Amgen e Ucb hanno reso noto di aver depositato all'Fda la Biologics License Application (BLA) per richiedere l'approvazione di romosozumab per il trattamento dell'osteoporosi post-menopausale in donne ad aumentato rischio di frattura. Le due aziende produttrici del farmaco hanno successivamente comunicato, nel mese di settembre, l'accettazione da parte di FDA a prendere in considerazione la domanda di applicazione per l'indicazione sopra indicata.

Disegno dello studio
Lo studio ha reclutato donne con ridotta massa ossea (T score della colonna lombare, dell'anca in toto o del collo femorale compreso tra -2 e -3,5), inizialmente randomizzate a trattamento con varia dosi del farmaco o a placebo per 24 mesi, e successivamente randomizzate nuovamente a trattamento con denosumab o a placebo per altri 12 mesi (da 24 mesi a 36 mesi). Da 36 a 48 mesi dall'inizio del trial, invece, tutte le pazienti sono state sottoposte ad un secondo ciclo di trattamento con romosozumab (210 mg) per ulteriori 12 mesi.

Risultati principali dello studio
Nelle pazienti inizialmente trattate con 210 mg di romosozumab e successivamente, nell'ordine, con placebo e un secondo ciclo di trattamento con il farmaco sperimentale, il secondo ciclo di trattamento ha portato ad incrementi significativi della BMD di entità simile al primo ciclo di trattamento con romosozumab: +12,7% a livello della colonna lombare, +5,8% a livello dell'anca in toto e +6,3% a livello del collo femorale nel periodo compreso da 36  a 48 mesi dall'inizio del trial.

Non solo: nelle pazienti sottoposte ad un secondo ciclo di trattamento con romosozumab dopo denosumab, il farmaco sperimentale ha indotto un ulteriore incremento della BMD pari al 2,8% a livello della colonna lombare, preservando invece i livelli di BMD raggiunti a livello dell'anca in toto e del collo femorale.

Risultati di safety
In tutti i gruppi del trial è stato documentato un profilo di eventi avversi (AE) simile, indipendentemente dal trattamento pregresso (placebo o denosumab). Nelle pazienti trattate con romosozumab (secondo ciclo di trattamento), sono stati documentati AE seri nel 5% di quelle già trattate con un primo ciclo del farmaco sperimentale (n=7/140) e nel 4% di quelle inizialmente allocate a trattamento placebo (n=1/27).

Tra gli AE documentati in queste pazienti vi erano reazioni di ipersensitività (7,4% in quelle inizialmente trattate con placebo; 7,9% in quelle già trattate con un primo ciclo di romosozumab), reazioni al sito di iniezione (7,4% vs 7,1%), neoplasie (3,7% vs 3,6%) e osteoartrosi (11,1% vs 2,1%).

I ricercatori non hanno osservato, invece, eventi di osteonecrosi della mascella o di frattura atipica del femore.

Riassumendo
“Dal momento che l'OP è una condizione cronica che potrebbe portare allo sviluppo di fratture debilitanti – hanno spiegato al congresso i ricercatori dello studio – è ipotizzabile che potrebbero beneficiare di un secondo ciclo di terapia con romosozumab  quelle pazienti con forme severe di malattia”.

“Tale studio, pertanto  - hanno concluso – è di particolare rilevanza in quanto dimostra l'efficacia e la sicurezza di questo farmaco, utilizzato in un secondo ciclo di terapia”.

NC