Sul BMJ sono stati pubblicati i risultati di una poderosa review della letteratura riguardante l’efficacia della vitamina D nella prevenzione e nel trattamento di molteplici obiettivi di salute. Sono state vagliate oltre 100 tra revisioni sistematiche e metanalisi e ciò ha portato a scartare rigorosamente tutti gli outcome per i quali non si è colto statisticamente un chiaro ruolo causale per la vitamina D, ma solo quelli per i quali risulta altamente probabile un’associazione.

La revisione “ombrello”, realizzata cioè attraverso una revisione di reviews sistematiche e di metanalisi di studi osservazionali e trial randomizzati, è stata condotta da un team guidato da Evropi Theodoratou, del Centre for Population Health Sciences dell’Università di Edinburgo (UK). «Le associazioni tra concentrazioni di vitamina D e varie condizioni e malattie sono state da tempo analizzate in modo ampio e crescente in letteratura» ricordano gli autori.

«Oltre agli studi osservazionali» proseguono «numerosi trial randomizzati hanno considerato l’effetto della supplementazione con vitamina D su un ampio spettro di patologie. Storicamente, la vitamina D è stata collegata a patologie muscolo-scheletriche comprendenti il metabolismo osseo fosfocalcico, l’osteoporosi, le fratture, la forza muscolare e le cadute. Nel primo decennio del XXI secolo una maggiore attenzione si è rivolta a malattie croniche non muscolo-scheletriche dovute a carenza di vitamina D, quali cancro, patologie cardiovascolari, disordini metabolici, malattie infettive e autoimmuni».

Se esistesse un nesso di casualità – osservano Theodoratou e colleghi – queste associazioni sarebbero di grande importanza per la salute pubblica, visto che la carenza di vitamina D è altamente prevalente nelle popolazioni residenti ad alte latitudini oppure orientate a uno stile di vita prevalentemente non all’aperto. D’altra parte – sottolineano gli autori – la letteratura, variegata, spesso è confusa e ha portato ad accesi dibattiti sule concentrazioni ottimali della vitamina D e sulle relative linee guida per l’integrazione alimentare.

«Allo scopo di valutare la validità e l’eventuale presenza di bias negli studi relativi alle associazioni tra vitamina D e differenti outcome di salute» scrivono «abbiamo condotto questa revisione “ombrello”». I ricercatori si sono basati su Medline ed Embase e hanno considerato eligibili per l’analisi 3 tipi di studi: innanzitutto le revisioni sistematiche e le metanalisi che hanno esaminato le associazioni osservazionali tra le concentrazioni circolanti di vitamina D e qualsiasi outcome clinico; infine le metanalisi di trial randomizzati controllati mirati a valutare l’integrazione con vitamina D o composti attivi.

Complessivamente sono state identificate 107 revisioni sistematiche della letteratura e 74 metanalisi di studi osservazionali sulle concentrazioni plasmatiche di vitamina D, e 87 metanalisi di trial clinici randomizzati sulla vitamina D.  Sono stati indagati i rapporti tra quest’ultima e 137 differenti outcome, coprendo un ampio spettro di malattie scheletriche, oncologiche, cardiovascolari, autoimmuni, infettive, metaboliche e altre.

«Dieci outcome» specificano gli autori «sono stati esaminati sia tramite metanalisi di studi osservazionali che con metanalisi di trial randomizzati controllati, ma la direzione dell’effetto e del livello di significatività statistica è apparso concordante solo per il peso alla nascita (stato materno e supplementazione vitaminica). Sulla base delle evidenze disponibili, appare probabile un’associazione tra concentrazione di vitamina D e peso alla nascita, carie dentale nei bambini, concentrazione materna di vitamina D a termine, concentrazione di paratormone in pazienti con nefropatia cronica che necessitano di dialisi. Sono peraltro necessari altri studi per trarre conclusioni più salde». Non risulterebbe da questa revisione una chiara evidenza di un rapporto tra l’integrazione di vitamina D e l’aumento della densità minerale ossea. Peraltro, aggiungono gli autori, esistono evidenze suggestive di un rapporto tra alti livelli di vitamina D e minore rischio di cancro colorettale, fratture non vertebrali, malattie cardiovascolari.

In conclusione, secondo gli autori se pure non esistono chiare evidenze di un rapporto causale tra le concentrazioni di vitamina D e molte condizioni o patologie, «appare probabile l’associazione con una parte selezionata di outcome».

Arturo Zenorini

Theodoratou E, Tzoulaki I, Zgaga L, Ioannidis JP. Vitamin D and multiple health outcomes: umbrella review of systematic reviews and meta-analyses of observational studies and randomised trials. BMJ, 2014;348:g2035.
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