Un nuovo studio randomizzato e controllato verso placebo conferma l’efficacia di tocilizumab sulla progressione del danno articolare, valutato attraverso la risonanza magnetica nucleare (RMN).

ACT-RAY è un studio di fase IIIb condotto in doppio cieco su pazienti affetti da artrite reumatoide. Lo studio originale aveva incluso 553 pazienti, ma la RMN è stata effettuata su un sottogruppo di 63, provenienti da 18 centri statunitensi. Questo studio è stato di recente l’oggetto di una pubblicazione su Annals of the Rheumatic Diseases.

I pazienti reclutati, naïve ai biologici e che avevano risposto in maniera non adeguata a metotrexate (MTX), sono stati assegnati in maniera random a proseguire MTX o ad assumere placebo in combinazione, in entrambi i casi, a tocilizumab (TCZ) 8 mg/kg ogni 4 settimane. Nel caso di mancata risposta (DAS28 > 3,2) a 6 mesi dall’inizio del trattamento gli sperimentatori erano autorizzati ad aggiungere un ulteriore DMARD.

Come veniva valutata la progressione del danno articolare?
La mano maggiormente colpita dalla malattia veniva esaminata alla RMN (0,2 Tesla utilizzata per gli arti) al baseline e dopo 2, 12 e 52 settimane. All’articolazione veniva quindi assegnato un punteggio basato sull’Outcome Measures in Rheumatology - Rheumatoid Arthritis Magnetic Resonance Imaging Score (OMERACT-RAMRIS), allo scopo di quantificare la presenza di sinovite, osteite ed erosione ossea.
I fattori in grado di prevedere l’erosione sono stati determinati dopo un anno (settimana 52)  dall’inizio del trattamento, attraverso un’analisi di regressione logistica.

Il gruppo di pazienti in trattamento con TCZ + placebo (n=32) aveva mostrato un miglioramento statisticamente significativo della sinovite già alla seconda settimana di trattamento (score medio ridotto di 0,92; p=0,0011). Dopo 12 e 52 settimane il punteggio si era drasticamente ridotto (-1,86 e -3,35 rispettivamente; p<0,0001 in entrambi i casi).
Anche nel gruppo di pazienti trattati con TCZ + MTX (n=31) la sinovite era sensibilmente migliorata dopo 12 settimane di trattamento (−0,88; p=0,0074) ma non dopo un anno (−1,00; p=0,0711).

Per quanto riguarda invece l’osteite, il braccio assegnato a TCZ + placebo aveva riportato un miglioramento significativo dopo 12 (−5,10; p=0,0022) e 52 settimane (−8,56; p=0,0006). L’altro braccio di studio, invece, aveva ottenuto riduzioni statisticamente significative già dopo 2 (−0,21; p<0,05) e 12 settimane (−3,63; p=0,0008), miglioramento che non veniva poi mantenuto a distanza di un anno (−2,31; p=0,9749).
L’erosione, valutata attraverso la risonanza magnetica, non è peggiorata in nessuno dei due gruppi; i punteggi ottenuti a 12 settimane, mantenuti per tutta la durata dello studio, correlavano a quelli ottenuti attraverso l’indagine radiografica effettuata a 52 settimane (r>0,80). Questo risultato dimostra il legame fra riduzione della sinovite e dell’osteite mediata da TCZ e l’arresto del processo erosivo osservato alla risonanza.

Nota per essere più sensibile dei raggi X, la RNM consente di osservare il miglioramento già dopo 12 settimane di trattamento, rivelandosi quindi uno strumento molto utile nell’individuare eventuali variazioni nel tempo dello stato dell’osso e dell’infiammazione articolare.
“Questa evidenza suggerisce che la riduzione dell’osteite possa essere coinvolta nel meccanismo attraverso il quale TCZ, così come gli altri biologici, proteggono le articolazioni”, spiega Philip Conaghan, Professore dell’Università di Leeds (UK) e autore del paper.
Il risultato più interessante è quello emerso dalla regressione logistica: la presenza di sinovite al baseline ed il peggioramento dell’osteite erano fattori predittivi di progressione dell’erosione.

Una rapida soppressione della sinovite e dell’osteite, con una riduzione della progressione del danno articolare, si verifica con TCZ sia in monoterapia che in combinazione con MTX, fino ad un anno dall’inizio del trattamento.
Un altro importante apporto scientifico dello studio sta nell’aver dimostrato che l’inibizione della funzione della IL-6 da parte di TCZ può ridurre l’infiammazione a livello sia dell’osso che dell’articolazione.

“Ulteriori studi sono necessari per determinare come la riduzione della sinovite e dell’osteite possano influenzare altri outcome clinici, quali la remissione e la riduzione dell’attività di malattia, in pazienti trattati con TCZ in monoterapia o in combinazione con MTX”, aggiungono gli autori.
In conclusione “questo studio offre una misura indipendente della sinovite, dell’osteite e dell’erosione attraverso la RMN e conferma che il trattamento con TCZ riduce l’infiammazione nei pazienti con AR”, affermano gli autori, e concludono spiegando che “la riduzione della sinovite e dell’osteite mediata dall’antagonismo del recettore dell’IL-6 è uno dei meccanismi attraverso cui TCZ protegge le articolazioni dei pazienti con AR”.

Francesca Sernissi

Riferimenti
Conaghan PG, Peterfy C, Olech E, Kaine J, Ridley D, Dicarlo J, Friedman J, Devenport J, Troum O. The effects of tocilizumab on osteitis, synovitis and erosion progression in rheumatoid arthritis: results from the ACT RAY MRI substudy. Ann Rheum Dis. 2014 Feb 13.