L’utilizzo a lungo termine di corticosteroidi orali aumenta la mortalità nei pazienti con BPCO grave o molto grave stabile. Il cartellino giallo contro questa strategia terapeutica lo esibisce Nobuyuki Horita, Department of Internal Medicine and Clinical Immunology, Yokohama City University Graduate School of Medicine, Yokohama (Giappone).

«Le attuali linee guida non raccomandano la terapia a lungo termine con cortisonici sistemici, ma nessuno studio ha chiaramente dimostrato una relazione tra questo approccio terapeutico e la prognosi quoad vitam», ricorda Horita.

Per quanto non sia raccomandata, questa modalità di cura viene tutt’oggi usata da una considerevole quota di pazienti con BPCO.  Uno studio del 2008  ha evidenziato che su un campione di 5992 pazienti con BPCO stabile, l’8,4% assumeva cortisonici orali (Tashkin DP et al. N Engl J Med 2008, 359(15):1543–1554). Il gruppo di ricerca del Sol Levante ha pertanto cercato di aggiungere una tessera mancante a questo mosaico, ma per ragioni etiche, viste le attuali raccomandazioni, non ha potuto condurre uno studio randomizzato e controllato con placebo.

«Abbiamo utilizzato i dati esistenti  relativi ai pazienti randomizzati a trattamento non chirurgico di uno studio statunitense, il National Emphysema Treatment Trial», chiarisce il clinico nipponico. In questo trial pazienti con BPCO stabile grave o molto grave candidabili a riduzione volumetrica polmonare per via chirurgica sono stati reclutati in 17 centri negli Stati Uniti e randomizzati nel periodo 1998-2002. I pazienti sono stati seguiri per almento 5 anni.

L’analisi di Horita e collaboratori ha preso in esame la coorte di pazienti allocati nel braccio in terapia media che dopo gli aggiustamenti necessari era composta da 444 soggetti di età media di  66.6 ± 5.4 (35.6% donne) e FEV1 medio pari al 27.0 ± 7.1% del predetto. Su questa coorte, detta di pre-matching, è stato condotto un propensity score, tecnica a cui si ricorre per l’analisi  dell’effetto causale di un trattamento quando si utilizzano dati osservati, ma non generati da un esperimento, e che permette di creare gruppi di pazienti con simile probabilità di ricevere quel dato trattamento.

I corticosteroidi orali erano presceritti al 23% dei pazienti della coorte di pre-matching. Durante il follow-up la mortalità è stata del 67,1%. «Usando un’analisi multivariata di Cox l’hazard ratio nella coorte di pre-matching  era 1,54 (p=0,001)», riporta Horita. L’impiego del propensity score ha generato una coorte composta da 260 pazienti (età media di 66.5 ± 5.3 anni, 35,4% donne), FEV1 pari al 26.1 ± 6.8% del predetto),  il 25% dei quali ha ricevuto steroidi. In questo gruppo la mortalità durante il follow-up è stata del 71,3%. «L’analisi multivariata di Cox ha evidenziato in questo gruppo un hazard ratio di 1,73 (p=0,001)», dice Horita.

Il ricercatore giapponese aggiunge: «Questo è il primo studio ad avere valutato l’effetto della terapia con steoridi orali sulla prognosi dei pazienti con BPCO in un lungo periodo, riscontrando  un rischio di mortalità elevato. I cortisonici sistemici prescritti a pazienti in condizioni già compomesse peggiorano la loro prognosi. Questi farmaci sono efficaci per le riacutizzazioni della BPCO, ma devono essere sospesi una volta superata la fase acuta. In conclusione supportiamo fortemente le attuali linee guida che non raccomandano l’uso prolungato dei corticosteroidi orali nei pazienti con BPCO stabile».

Danilo Ruggeri

Nobuyuki Horita  et al. Evidence suggesting that oral corticosteroids increase mortality in stable chronic obstructive pulmonary disease. Respiratory Research 2014, 15:37
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