A livello globale sono più di 3,2 milioni l'anno le morti premature causate dall'inquinamento atmosferico, e la cifra è destinata a toccare i 6,6 milioni entro il 2050. Principale imputato è il particolato fine, il PM2.5 costituito da particelle di diametro inferiore a 2,5 micrometri, che possono penetrare in profondità nei polmoni e causare diversi problemi di salute. E’ quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori del Max Planck Institut for Chemistry, in germania, pubblicato su Nature.

I ricercatori hanno messo insieme dati demografici, modelli di chimica atmosferica, informazioni sull’inquinamento dallo Spazio e da sensori a Terra, e i dati sanitari, per capire le relazioni tra inquinamento (e da diverse fonti) e mortalità prematura.

La maggior parte delle morti precoci, spiegano gli autori, è dovuta a ictus, a problemi cardiaci, a malattie respiratorie e ai tumori ai polmoni. E i principali colpevoli sono l’ozono e il particolato fine (meglio noto come Pm 2,5 o polveri fini), particelle di diametro inferiore ai 2,5 micrometri emesse sia da fenomeni naturali che da attività entropiche, particolarmente pericolose perché, per via della loro ridotta dimensione, possono arrivare in profondità nei polmoni, raggiungere gli alveoli e quindi il flusso sanguigno.

Lo stesso particolato che solo in Italia causa circa 30mila morti l’anno, soprattutto al Nord.
Nello studio, il team coordinato dal dr. Lelieveld ha identificato sette principali fonti dell’inquinamento considerato, cercando per diverse regioni del mondo, quale fosse la più rischiosa tra: inquinamento prodotto per l’uso domestico e commerciale di energia, per l’agricoltura, per la produzione di energia, per l’industria, per le combustioni di biomasse, per il traffico e quello prodotto da fonti naturali come le tempeste di sabbia.

Gli scienziati hanno così scoperto che, tra le fonti di inquinamento, i big killer sono l’utilizzo di energia (soprattutto quella per riscaldarsi e cucinare, in India e Cina), l’agricoltura (soprattutto in Europa, Usa, Sudest-asiatico e Russia, per effetto delle emissioni di ammoniaca, che contribuiscono alla formazione del particolato), il traffico e la produzione energetica (in modo particolare negli Usa).

In riferimento alla questione asiatica, dove si registra il maggior numero di morti per inquinamento atmosferico (Cina e India guidano la classifica, seguiti da Pakistan, Bangladesh e Nigeria), Lelieveld ha precisato che: “L’uso domestico dell’energia è una forma inefficiente di combustione fossile che causa una grande quantità di fumo, ed è la più importante forma di mortalità in Asia”.

Da segnalare inoltre un articolo correlato pubblicato su “Nature Geoscience” da ricercatori delle Università di Leeds, in Gran Bretagna e di San Paolo, in Brasile, che affronta invece lo specifico problema delle morti premature causate in Brasile dell'inquinamento atmosferico dovuto agli incendi appiccati per la deforestazione. Stando alle stime di Carly L. Reddington e colleghi, la riduzione del 30% circa di questi incendi avvenuta dal 2004 al 2012 ha permesso di salvare da morte prematura da 400 a 1700 persone all'anno.

“Per evitare la crescente mortalità prematura dovuta all’inquinamento, saranno necessarie misure forti di controllo della qualità dell’aria, soprattutto nel Sudest-asiatico”, conclude Lelieveld: “Il nostro studio mostra che è particolarmente importante ridurre le emissioni inquinanti derivanti dall’uso domestico di energia in Asia. Al tempo stesso la qualità dell’aria potrebbe migliorare riducendo le emissioni agricole, specie in Europa, negli Stati Uniti orientali e nell’Asia Orientale”.

Lelieveld et al., The contribution of outdoor air pollution sources to premature mortality on a global scale, Nature doi:10.1038/nature15371