Lotta alla dipendenza da fumo, tra tradizione e nuove alternative tecnologiche

La dipendenza da nicotina il principale motivo che impedisce di smettere di fumare anche se ormai nessuno ignora gli innumerevoli rischi per la salute di questa dannosa abitudine. Le nuove tecnologie possono aiutare i fumatori che non vogliono smettere, senza privarli della nicotina, riducendo una parte dei rischi grazie all'assenza di combustione. Se ne parlato al 24 congresso nazionale della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) che si recentemente tenuto a Firenze.

La dipendenza da nicotina è il principale motivo che impedisce di smettere di fumare anche se ormai nessuno ignora gli innumerevoli rischi per la salute di questa dannosa abitudine. Le nuove tecnologie possono aiutare i fumatori che non vogliono smettere, senza privarli della nicotina, riducendo una parte dei rischi grazie all’assenza di combustione. Se ne è parlato al 24° congresso nazionale della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) che si è recentemente tenuto a Firenze.

Per meglio comprendere la consapevolezza, la conoscenza e il grado di accettazione delle nuove tecnologie per la lotta al tabagismo da parte dei medici internisti, FadoiI ha promosso un’indagine tra i propri soci. «A parte la buona notizia che il 60% dei medici si è dichiarato non fumatore e che il 25% ha smesso» precisa Andrea Fontanella, direttore del dipartimento di Medicina all’ospedale Buon Consiglio Fatebenefratelli di Napoli e presidente Fadoi «è emerso un forte interesse per una maggiore conoscenza del fenomeno dei nuovi dispositivi elettronici».

Riguardo alla possibilità di riconoscere un’utilità a queste soluzioni, il 44% degli intervistati non sa esprimersi, l’11% è favorevole, il 13% è totalmente contrario e il 32% è possibilista. La quasi totalità ritiene comunque giusto l’interessamento delle società medico-scientifiche a questa nuova classe di prodotti.

Del resto, a fronte del solo 1% dei fumatori che riesce a smettere con i metodi tradizionali «il nostro atteggiamento deve essere pragmatico. Non possiamo pensare di dover perseguire unicamente un ideale assoluto e fermarci se non lo raggiungiamo», riprende Fontanella. «Come accade in molte patologie, esistono delle strade intermedie. Se non tutti i pazienti possono essere guariti, hanno comunque il diritto a essere curati. Laddove non riesco a ottenere la cessazione del fumo, quantomeno devo preoccuparmi di riuscire a contenere i danni, e i nuovi device potrebbero rappresentare una valida strada alternativa da esplorare, verificare e convalidare».

I danni del fumo
Secondo le stime dell’Oms, ogni anno il fumo causa in tutto il mondo 6 milioni di decessi ed è una delle principali cause di morte evitabili. In Italia i fumatori sono 11,7 milioni, il 22,3% della popolazione, quasi equamente distribuiti tra uomini e donne. Nel nostro Paese il fumo è responsabile di circa 80mila morti ogni anno e oltre il 25% interessa persone di età compresa tra 35 e 65 anni.

I fumatori sono più esposti a problemi cardiovascolari, infarto del miocardio, ictus e cancro ai polmoni. Oltre a un minor numero di spermatozoi, fumare riduce la fertilità femminile, anticipa l’arrivo della menopausa, fa invecchiare la pelle prima del tempo, altera i sensi del gusto e dell’odorato e diminuisce l’attenzione mentre si lavora o si guida.

Tanti centri antifumo, ma poco utilizzati
In Italia si contano 366 centri antifumo, coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità che li censisce e raccoglie i dati. Ogni anno trattano solo 16mila dei 12 milioni di fumatori italiani (0,13%), e soltanto il 45% di questi 16 mila raggiunge l’obiettivo della cessazione dalla dipendenza dal fumo.

Come sono organizzati i centri antifumo? «Per prima cosa valutiamo le condizioni del fumatore rispetto alla possibilità di un cambiamento e, insieme a lui, cerchiamo di fare una serie di passi verso la cessazione», spiega Fabio Beatrice, direttore del centro antifumo San Giovanni Bosco di Torino. «Una volta raggiunto un certo numero di fumatori motivati, organizziamo dei gruppi di mutuo-aiuto che, nel giro di 6-8 sedute, puntano a ottenere un risultato di cessazione totale dal fumo. Il problema più importante riguarda quel 55% di fumatori che non riesce comunque a smettere, lascia il centro e torna in breve tempo al suo consumo abituale di sigarette».

Spesso sono proprio i fumatori a chiedere ai medici dei centri di ricorrere a metodi alternativi, come la sigaretta elettronica o i prodotti a tabacco riscaldato, quando non sono stati in grado di smettere con i metodi più tradizionali.

«In questi casi accettiamo la loro disponibilità a fare questo primo passo per la riduzione dei rischi e li supportiamo spiegando loro come utilizzare al meglio questi dispositivi» prosegue Beatrice. «Ormai è dimostrato che queste nuove tecnologie, pur non essendo prodotti salutari e non eliminando il problema della dipendenza, dispensano al fumatore molte meno sostanze nocive, con potenziali risvolti importanti sulla salute».

Il vero problema non è la nicotina
I fumatori sanno bene quanto sia difficile smettere, perché fumare piace, perché è insito nella cultura delle persone e perché la nicotina causa dipendenza.

«La nicotina, tuttavia, non è l’aspetto più dannoso del fumare, perché di per sé non è una sostanza cancerogena e non determina malattie a carico dell’apparato respiratorio o cardiovascolare», puntualizza il professor Riccardo Polosa, direttore del CoEHAR, il primo Centro di eccellenza per la riduzione del danno da fumo nato all’interno del dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell’università degli Studi di Catania.

«Il vero problema è il catrame che viene generato dalla combustione, quindi la soluzione sta nell’avere un veicolo per la nicotina che sia privo di combustione, soprattutto per la stragrande maggioranza dei fumatori che non si avvicinano ai programmi di disassuefazione al fumo».

La sigaretta che non brucia
Il 30 aprile 2019, la Food and Drug Administration Usa ha autorizzato la commercializzazione negli stati Uniti del primo dispositivo elettronico a tabacco riscaldato, Iqos, che riscalda stick di tabacco e genera un aerosol contenente nicotina, senza però generare combustione. L’Fda ha dichiarato come la sua immissione nel mercato sia opportuna in quanto “Iqos è uno strumento adeguato ai fini della tutela della salute pubblica”. Il rigoroso processo di valutazione scientifica condotto ai fini dell’autorizzazione ha infatti permesso all’agenzia Usa di confermare che il dispositivo produce meno sostanze tossiche e in minore quantità rispetto alla combustione delle sigarette e che il livello di nicotina fornito dallo stesso è simile a quello delle sigarette combuste, un fattore considerato positivamente dalla Fda in quanto: “è più probabile che i consumatori che passano ad Iqos abbiano un’esperienza soddisfacente e non riprendano a fumare sigarette combuste.”

Quando infatti la temperatura dell’estremità accesa di una sigaretta supera 800 gradi, scatena delle reazioni chimiche che scompongono il tabacco in oltre 7 mila sostanze chimiche che finiscono nel fumo, delle quali oltre 69 possono provocare tumori. Se invece il tabacco viene scaldato a temperature inferiori a 350 gradi si genera vapore anziché fumo, con un’emissione significativamente inferiore di sostanze tossiche.

A titolo di esempio, l’esposizione al monossido di carbonio nel vapore emesso dai nuovi device è paragonabile a quella ambientale, mentre i livelli di sostanze tossiche come acroleina e formaldeide sono inferiori dell’89-95% e del 66-91%.

«Una nuova tecnologia che non utilizza la combustione evita l’esposizione a idrocarburi e sostanze tossiche molto ben caratterizzate e studiate nelle sigarette convenzionali. Un prodotto “a rischio ridotto” contiene fino al 90-95% in meno di sostanze tossiche e quindi è una buona soluzione per le persone che non vogliono o proprio non riescono a smettere di fumare» commenta Polosa.

Cosa può fare il medico di famiglia?
I medici di medicina generale vedono tutti gli italiani molte volte in un anno e conoscono bene le loro abitudini, quindi conoscono bene anche i fumatori.

«Nei loro confronti possiamo fare due cose molto importanti», spiega Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG). «La prima è suggerire gli strumenti utili per smettere di fumare, anche se sappiamo che sono poco efficaci. La seconda è rispondere a una domanda che tutti i giorni ci fanno: ci sono soluzioni per smettere di fumare oppure, in alternativa, per ridurre gli effetti dannosi del fumo?».

Ed è proprio su questo secondo punto che si sta concentrando l’attenzione dei medici di famiglia – continua - ossia l’individuazione di queste nuove tecnologie, come i prodotti senza combustione, che promettono di ridurre considerevolmente proprio quelle sostanze nocive che causano le malattie legate al fumo.

Se si considera che i fumatori italiani sono più di 11 milioni e che hanno un impatto notevole sulla spesa della sanità pubblica, sia per il costo delle cure che per il numero di giornate di lavoro perse, «se c’è qualche strumento in grado di ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche, noi medici di medicina generale abbiamo l’obbligo di analizzarlo e studiarlo, per poi consigliarlo ai nostri pazienti» conclude Cricelli.

Il fumo, dai nativi americani all’epoca dei social
Bruciare foglie di tabacco è un’abitudine vecchia di oltre 5mila anni e che risale ai nativi americani, che interpretavano le volute di fumo come un modo per costruire un dialogo con gli spiriti. Oppure alimentavano il calumet della pace con il quale si sancivano i patti tra le tribù, con un uso spirituale e culturale ben lontano dal consumo di massa dei nostri tempi. Lo ha raccontato, in maniera molto coinvolgente, Gabriele Grosso, laureato in filosofia, Corporate & Brand Storytelling della Scuola Holden di Torino, che al congresso Fadoi ha tenuto una lettura su come si sono evolute modalità e significato del fumo nel corso del tempo.

All’inizio dell’800, in un periodo di grandi trasformazioni socio-economiche, la Londra dell’epoca vittoriana diventa un luogo in cui i piccoli mondi circoscritti, ognuno con le proprie radicate modalità di comportamento storicamente tradizionali, entrano in collisione. Cominciano dei processi di contaminazione, si disegnano nuove possibilità di appartenenza che sono più legate alle classi sociali e avviene che alcuni gesti, come il fumare, sono in grado di intercettare questi cambiamenti e assumere un ruolo in questo processo evolutivo.

Il fumo diventa così un modo per esprimere la propria appartenenza al mondo operaio-proletario attraverso le sigarette, piuttosto che al mondo intellettuale degli scrittori e degli artisti dove il fumo diventa quello della pipa, con ritualità più complesse e tempi più lunghi. Oppure con il sigaro, che diventa il modo appariscente con il quale la borghesia riesce a sostenere il suo nuovo status di classe dominante appropriandosi del modo di fumare più pregiato, più ricco, dal gusto più deciso, arrivando anche a inventare lo smoking come abito per potercisi dedicare.

Nel ‘900 lo scenario cambia ancora. E’ l’epoca del consolidamento del capitalismo, in cui la narrazione di Hollywood esprime la dimensione dell’individualità anche attraverso le diverse gestualità dei divi nel maneggiare la sigaretta. Per chi fuma questi diventano modelli con i quali esprimere, riconoscere e dichiarare al mondo la propria appartenenza a un certo modo di essere.

Nella nuova dimensione social che stiamo vivendo ora, il fumo come modalità tradizionale, quello delle classiche sigarette, è in crisi, ma paradossalmente il gesto del fumo resta uno dei più diffusi, perché è stato capace di declinarsi in altre forme per accompagnare il nuovo momento dell’evoluzione umana. Le persone oggi sono molto più interessate alla propria originalità e quindi sono disponibili a forme e a gesti che sappiano accompagnarsi alla personalizzazione e che consentano a ciascuno di esprimere, paradossalmente anche con il gesto di non fumare, la propria storia.

Con le sigarette elettroniche e i nuovi device, conclude Grosso, anche le generazioni contemporanee hanno la possibilità, con un rischio minore, di poter includere la gestualità e la ritualità a cui ormai siamo abituati tra i gesti che consentono loro di esprimere la propria personalità e raccontare la propria storia.