Riacutizzazioni di BPCO, sufficienti cinque giorni di terapia con steroidi sistemici

Pneumologia
Un ciclo di 5 giorni di terapia steroidea sistemica è sufficiente per trattare le riacutizzazioni della BPCO. Lo affermano i ricercatori del Department of Medicine, University at Buffalo, State University of New York, Buffalo a commento  di uno studio in cui sono stati confrontati uno schema terapeutico di breve periodo con uno tradizionale di 14 giorni.

«I corticostroidi sistemici accorciano il tempo di recupero, migliorano la funzionalità polmonare e riducono il fallimento terapeutico e la lunghezza del ricovero ospedaliero nei pazienti con riacutizzazione di BPCO – dicono i ricercatori statunitensi -. Tuttavia i cicli tradizionali di 10-14 giorni previsti dalle linee guida possono esporre i pazienti ad alcuni effetti collaterali come iperglicemia, ipertensione e immunosoppressione. L’uso ripetuto di steroidi nei pazienti con esacerbazioni frequenti potrebbe quindi condurre a una tossicità steroidea». Mancano tuttavia dati sull’efficacia e sulla sicurezza di cicli steroidei più brevi nel controllo delle riacutizzazioni di BPCO.

Il tiral dei clinici di Buffalo era uno studio di non inferiorità, in doppio cieco, controllato con placebo, che ha incluso 314 pazienti con riacutizzazione di BPCO. Ogni paziente ha ricevuto 40 mg di metilprednisolone endovena al primo giorno seguiti da 40 mg di prednisone orale per 4 giorni. Dal sesto giorno i pazienti hanno ricevuto placebo o 40 mg di prednisone qd per completare un ciclo di 14 giorni.

Non sono state riscontrate differenze significative nell’outcome primario di nuova riacutizzazione entro 180 giorni (37,2% nel gruppo dei 5 giorni e 38,4% in quello di 14 giorni). Tra i pazienti con nuova riacutizzazione il tempo mediano all’evento è stato di 43,5 giorni nei pazienti in ciclo breve e 29 giorni in quelli in trattamento convenzionale. All’analisi prespecificata non è emersa eterogeneità tra i vari gradi di severità della BPCO secondo la classificazione GOLD e i sottogruppi di pretrattamento con corticosteroidi. Non sono neanche emerse differenze tra i due gruppi in merito alla mortalità, necessità di ventilazione meccanica, recupero della funzionalità polmonare o negli outcome soggettivi (dispnea e qualità della vita).

E’ stata riportata una significativa ma attesa riduzione del 65% dell’esposizione cumulativa a steoridi nel gruppo in terapia breve. E’ però, in maniera inattesa, emersa anche una sostanziale sovrapponibilità nel tasso di eventi avversi steroidi-collegati tra i due gruppi e una minore permanenza in ospedale nel gruppo trattato con ciclo più breve di terapia stroidea.

 «I criteri di inclusione in questo studio erano ampi e la popolazione arruolata era rappresentativa di quella che incontriamo nella pratica ambulatoriale di ogni giorno», sottolinenano gli internisti americani. Ma è lecito generalizzare i riscontri di questo studio a tutti i pazienti con riacutizzazione di BPCO? La maggior parte dei pazienti inclusi presentava una forma di BPCO grave o molto grave ed è stata ricoverata a causa di riacutizzazioni

«Sembra improbabile che i pazienti con una malattia di base meno grave (cioè da lieve a moderata) con riacutizzazioni meno severe (trattate al di fuori dei nosocomi) beneficino di trattamenti steroidei più lunghi», affermano gli autori. Che aggiungono: «Poiché tutti i pazienti arruolati erano fumatori o ex fumatori, i risultati ottenuti potrebbero non essere applicabili ai mai-fumatori. Inoltre non è chiaro se un ciclo di terapia breve con steroidi sistemici sia adeguato per i pazienti in cui è necessario ricorrere alla terapia intensiva».

Ciò nonostante gli autori sostengono che un ciclo di 5 giorni di terapia con 40 mg di prednisone (o equivalenti) sia adeguato per la grande maggioranza dei pazienti con riacutizzazioni. Lo studio tuttavia non dice se tutti i pazienti con esacerbazione di BPCO abbiano bisogno di steroidi per via sistemica. «Sempre più evidenze dimostrano che la via sistemica può risultare più di danno che beneficio nelle esacerbazioni, per la possibile facilitazione di infezioni batteriche», dicono i ricercatori d’oltreoceano. «Soprattutto nei pazienti non ospedalizzati, l’uso generalizzato di antibiotici e corticosteroidi va riconsiderato. Risulterebbe di grande utilità lo sviluppo sia di biomarker capaci di identificare il bisogno di queste terapie nelle riacutizzazioni sia di agenti antiinfiammatori più specifici degli steroidi sistemici contro le esacerbazioni».

Danilo Ruggeri

SEZIONE DOWNLOAD