Pneumologia

Tumore al polmone: combinazione bevacizumab-erlotinib prolunga la sopravvivenza

Dal punto di vista delle terapie per il cancro al polmone interessanti prospettive in termini di aumento della PFS sono state evidenziate da studi appena presentati al Congresso ASCO che hanno valutato l’associazione tra l’antiangiogenico bevacizumab e l’anticorpo monoclonale anti EGFR erlotinib.

Lo studio Jo25567 mostra, infatti, che questa combinazione permette di raggiungere una PFS di 16 mesi contro i 9,7 mesi ottenuti con solo erlotinib, in pazienti EGFR mutati; in questo tipo di pazienti l’aspettativa di vita con la sola chemioterapia è di soli 4/5 mesi.

“Proprio in questi pazienti, - afferma il dott. Francesco Grossi, dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova – erlotinib era già stato studiato in un trial clinico, in associazione a bevacizumab dimostrando un beneficio significativo in risposta e in sopravvivenza libera da progressione.”

“Questo studio è importante – continua Grossi - perché sappiamo che non tutti pazienti portatori di questa mutazione rispondono agli inibitori di EGFR, quindi avere a disposizione una migliore combinazione può essere un sicuro passo in avanti.”

Lo studio aveva come end point principale la valutazione della PFS fatta da un comitato scientifico indipendente. Inoltre, ha indagato la safety della terapia di combinazione. I risultati hanno confermato il profilo di sicurezza dei due farmaci anche se usati in combinazione e non ha evidenziato problemi relativi alla sicurezza.

Le terapie a disposizione degli oncologi comprendono farmaci chemioterapici e terapie target, come erlotinib, che agisce su uno specifico bersaglio impedendo la trasmissione di segnali all’interno della cellula che portano alla crescita del tumore e bevacizumab, un anticorpo che lega e blocca in modo specifico la proteina VEGF impedendo la proliferazione dei vasi sanguigni che alimentano il tumore stesso, riuscendo in questo modo a bloccarne la crescita.

Il tumore al polmone è la neoplasia più comune in tutto il mondo, con 1,35 milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno. È la principale causa di morte per cancro ed è responsabile di 1.180.000 morti ogni anno. Si stima che ogni giorno, più di 3.000 persone muoiono di tumore del polmone in tutto il mondo, pari a due decessi ogni minuto.

In Italia nel 2013 sono state circa 38.000 le nuove diagnosi di tumore del polmone, delle quali circa il 30% tra le donne. Il carcinoma al polmone rappresenta circa l’11% di tutte le nuove diagnosi di tumore nella popolazione generale.

Anche nel nostro Paese questo tumore risulta la prima causa di morte per cancro con il 20% dei decessi; il dato sale al 26% nella popolazione maschile dove rappresenta la prima causa di morte per cancro in tutte le fasce di età (il 16% tra 0-49 anni; il 30% tra 50-69 anni; e il 25% tra gli ultrasettantenni).

La forma più comune di tumore del polmone è quella non a piccole cellule (NSCLC) che rappresenta l’85% circa dei casi. Alcune forme di NSCLC sono caratterizzate dalla presenza di mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico, EGFR.

L'Istituto Nazionale Tumori di Milano ha elaborato un sistema di diagnosi del tumore ai polmoni che prevede un semplice prelievo di sangue che "anticipa" l'esistenza di neoplasie rispetto alla Tac spirale. Lo studio dell’INT di Milano dimostra che, utilizzando un campione di sangue di individui forti fumatori non affetti da tumore polmonare, è possibile individuare delle caratteristiche mediante l’utilizzo di brevi sequenze di RNA nel plasma (denominati microRNA) che consentono di predire la possibilità di avere una neoplasia polmonare. Questo importante risultato si è ottenuto studiando un gruppo di soggetti sottoposti ad una TAC di screening in quanto a rischio di sviluppare neoplasie polmonari per l’abitudine al fumo.

Questo metodo non sostituisce lo screening con TAC spirale ma può essere molto utile e complementare per definire i casi, purtroppo molto frequenti, in cui si individua un nodulo polmonare dubbio. In diversi casi normalmente si è costretti, dopo ripetuti controlli, ad intervenire con indagini invasive per arrivare ad una corretta diagnosi sottoponendo purtroppo i soggetti scrinati ad interventi chirurgici inutili in cui spesso il nodulo si rivela essere benigno. L’utilizzo dei miRNA potrebbe quindi selezionare moltissimo i casi, individuando solo quelli ad altissimo rischio in cui il nodulo individuato è realmente maligno evitando quindi interventi invasivi inutili e potenzialmente dannosi. Quindi questa scoperta a mio avviso migliorerà le tecniche di screening nei tumori polmonari risolvendo almeno in parte il problema dei falsi positivi.

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